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Mario Biondi e la sua orchestra fanno ballare l’Arena a tempo di jazz e di soul

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Non è stato solo Mario Biondi. Anche tutto ciò che gli ha fatto da contorno: quaranta incredibili musicisti («le mie candeline», li ha chiamati lui), tra fiati, archi – l’Ensemble Symphony Orchestra di Massa Carrara diretta da Giacomo Loprieno -, chitarre e percussioni. E un suono un po’ soul, un po’ jazz che ha scosso l’Arena Giardino, quasi esaurita, facendola danzare. Al Festival di Mezza Estate, Mario Biondi si è presentato in versione total black, sia per il timbro caldissimo della voce che ricorda i cantanti di colore Lou Rawls, Al Jarreau e Isaac Hayes, sia per il look: «Potremmo ribattezzarci i corvi», ha scherzato. Mario Biondi è salito sul palco senza presentazioni, cantando Serenity per scaldare l’atmosfera. Ha mimato i gesti dei cinque coristi, di cui uno è suo fratello il giovane Stevie Biondi, e ha staccato il microfono dall’asta. Ha toccato i toni più bassi, riempiendoli, si è espresso in virtuosismi vocali a cappella. Mario Biondi ha parlato con quel microfono a ritmo di soul sul palco dell’Arena Girdino per due ore e mezza. Something that was beautiful, scritto per lui da Burt Bacharach, e il successo Never Die. Close to you è un duetto con Samantah Iorio, il suono dei bonghi attacca Love dreamer, poi c’è Can’t Keep con l’assolo del pianista Claudio Filippini. «Posso dedicarvi una canzone?» ha chiesto al pubblico, prima di cantare il classico My Girl, scritto da Smokey Robinson. Ha attaccato I love you more, una signora del pubblico ha riposto: «We too», e poi si è seduto sulla scala bianca al centro del palcoscenico ad ascoltare l’assolo del sax. Ritmi rapidi e tocchi di Africa per No mo’ trouble, pezzo culminato con una performance strepitosa di uno dei quaranta al jambè. Bom de doer l’ha eseguita con il fratello ventiduenne, On a clear day con l’altro giovanissimo corista Walter, Slow Hot Wind con Cristiana. Il coro ha rotto le fila e ha cominciato a ballare in mezzo alla scena, cantando A child runs free, concluso con il coinvolgente e virtuoso assolo di batteria e percussioni. Moonlight in July è un botta e risposta con lo xilofono, ad Ecstasi ormai la gente fatica a trattenersi sulle seggioline dell’Arena. «Ho fatto anch’io piano bar – ha raccontato Biondi -. E quando rimanevano due o tre coppie, dopo quattro ore di esibizione, o cantavo Blue moon o Summertime per farli addormentare». Be lonely, I wanna make it e Just the way you are per concludere la serata, a gambe incrociate quasi giù dal palco. «Mi sono sentito a casa, in salotto», ha salutato. Poi, è rientrato con This is wath you are e il pubblico, dalla prima all’ultima tribuna, un po’ per il freddo, di più per il ritmo, si è alzato in piedi e ha attaccato a ballare. No truble on the mountain è stato il pezzo di chiusura di una scaletta da ben ventitré pezzi in cui tutti hanno trovato spazio. Lui, il crooner Mario Biondi in primis, i suoi musicisti e i ragazzi del coro. Un concerto a più mani e a più voci che ha dimostrato la grandezza di un’artista e la potenza di un genere.

Foto Francesco Sessa (fotofrancescosessa.xoom.it)

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