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Puritani, applausi e qualche arditezza di troppo nella regia per togliere monotonia ad un’opera musicalmente splendida

atto-finale

Gli applausi finali per “I Puritani” al teatro Ponchielli ci sono stati e convinti. Qualche contestazione era stata messa nel conto per una regia che ha cercato di sfidare la monotonia dell’opera con alcune trovate. Alcune geniali come quelle delle controfigure del sogno su un piano superiore, altre decisamente meno felici come l’obitorio con cassetti che si aprono e si chiudono. Alla fine però c’era soddisfazione per un impianto decisamente buono, con un cast di voci all’altezza (qualcuna straordinaria come la soprano), un coro perfettamente integrato sulla scena e la capacità di regista e scenografo di non far pesare le oltre tre ore d’opera. Non benissimo Arturo, dotato comunque di gran voce come ha già dimostrato su altri palcoscenici, che ha però avuto il pregio di accettare la sfida di un’opera da cui molti cantanti rifuggono per la sua enorme difficoltà. Sicuramente le prossime recite andranno meglio. Puritani è un’opera ardua e “bisogna farci la voce” come sentenziavano ieri sera alcuni habituées dell’opera. (m.m.)

La potenza espressiva della musica di Bellini – la tornita melodia e l’orchestrazione raffinata – non richiama certo particolari trovate registiche, invece Carmelo Rifici ha sentito l’esigenza di mettere in scena una doppia rappresentazione, quella reale e quella della coscienza, del sogno, delle aspirazioni, delle attese, credendo di far chiarezza ulteriore nel pubblico. Invece chi non conosce a memoria il libretto de “I Puritani” (non molti, credo, tra il pubblico che gremiva il teatro alla prima della Stagione Lirica del Teatro Ponchielli venerdì 14 ottobre), affascinato dalla musica, cerca anche di gettare quanto più possibile un occhio sopra il proscenio per cercare di non farsi sfuggire il testo che comodamente appare proiettato… figuriamoci quando appare un cervo appeso per le zampe posteriori mentre la povera Elvira canta la sua pazzia in meravigliose evoluzioni: per forza si è distratti da quel curioso apparecchio chiedendosi cosa vorrà simboleggiare… e intanto ci si perde lo smalto vocale di Jessica Pratt che ha dato ad Elvira un’interpretazione smagliante ed emozionante. E quel via-vai di mimi e figuranti tra le bare che fuoriescono dal congelatore di un una sorta di inquietante obitorio e le due balconate sullo sfondo chiuse da vetrate semovibili e tende: una vera confusione ed un’intrusione nella partitura di Bellini che il pubblico ha dimostrato di non gradire del tutto. Quanto meno semplici e nobili erano i costumi di Margherita Baldoni e l’orchestra dei Pomeriggi Musicali diretta da Antonio Pirolli assieme al Coro del Circuito Lirico Lombardo diretto dal nostro Antonio Greco hanno offerto un netto e sicuro sostegno alle belle voci in campo (tutte, tra l’altro, dotate di ottima dizione): acclamatissimo, a buona ragione, il Riccardo di Alessio Arduini così come non del tutto apprezzato è stato il povero Gianluca Terranova che, nel suo genere, è un tenore di un certo rispetto, però nell’impianto belliniano e con tali colleghi accanto non è ritornato vincitor, proprio come il suo affaticato Arturo, pieno di arditezze vocali che Terranova padroneggia tecnicamente ma lo squillo forse non è quello giusto… Bene anche Luciano Leoni (Valton) ma soprattutto Luca Tittoto splendido come Sir Giorgio e molto interessante anche il mezzosoprano Angela Nicoli nella parte della Regina. In fine dal pubblico qualche isolato «buu» anche a Rifici. Che sia meglio togliere di mezzo il cervo?!

Paolo Bottini


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