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San Camillo, tentato furto ai danni di padre Giuseppe Reato derubricato e imputato assolto

tribunale

Era entrato verso le nove del mattino del 18 luglio 2010 nella Chiesa della casa di cura di San Camillo in via Mantova. Non trovando nessuno, aveva proseguito per la sacrestia. Qui si era messo a rovistare nell’armadio degli abiti liturgici, secondo l’accusa, per appropriarsi di beni di valore. L’aveva sorpreso, però, padre Giuseppe Ripamonti, parroco della casa di cura. “Al ladro, al ladro” gridava padre Giuseppe mentre si accapigliava con Maurizio, 42enne di Cremona. La vicenda era finita con una ferita alla mano per il parroco a seguito di una caduta a terra tra via Mantova e via Cerioli e l’accusa di tentata rapina impropria e lesioni per Maurizio che ha passato otto mesi nel carcere di via Cà del Ferro. Ora, al processo, il giudice Francesco Sora ha derubricato il reato di tentata rapina in tentato furto (il pm onorario Silvia Manfredi aveva chiesto una pena di un anno, otto mesi e 500 euro di multa, col tentato furto non si procede per mancanza di querela) e ha assolto l’imputato per il reato di lesioni “perché il fatto non costituisce reato” (il parroco aveva già rimesso la querela).
“Se c’è un aggredito, sono io”, ha dichiarato in aula Maurizio, difeso dall’avvocato Mario Tacchinardi. A confermarlo Marco Ruggeri, operatore della Caritas, che davanti al giudice ha rivelato: “Ho chiesto a Padre Giuseppe se si era fatto male, e lui mi ha risposto: ‘mi sono fatto male dai tanti calci nel c… che gli ho dato’”.

 

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