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Apprezzatissimo al Ponchielli il giovane duo Eberle e Piemontesi nell'incanto sonoro di Debussy

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FOTO FRANCESCO SESSA

Non si fanno pregare alquanto dal pubblico entusiasta gli artisti e fuori programma suonano l’Andantino della Sonata D. 574 di Schubert: un tocco di classico-romantico dopo uno strepitoso programma per lo più novecentesco (la Prima Sonata di Bartók e la Sonata di Debussy) con aperitivo “Kreutzer” beethoveniano che, con quel crudo svettare del violino sopra il pianoforte, è avanti anni-luce dal candido Schubert nonostante composto una manciata d’anni prima. Abbiamo riascoltato la Sonata op. 47 di Beethoven il 17 gennaio al teatro “Ponchielli” di Cremona, ma nemmeno la netta ed incisiva interpretazione del duo Veronika Eberle al violino e Francesco Piemontesi al pianoforte ce ne ha fatto apprezzare le qualità, per così dire, “mulattiche” e “pazze” di questa senz’altro virtuosistica ed avveniristica composizione fatta per un violinista «gran pazzo» (proprio così Beethoven nella dedica a Bridgetower) da un compositore diremmo non meno pazzo! E quale peggiore pazzia – avrà pensato il solito non foltissimo pubblico della cameristica cremonese – la Sonata Sz. 75 di Béla Bartók composta nel 1921 (quando Einstein ricevette il Nobel per la fisica): una partitura angolosa ma tanto irruente quanto lunare da risultare alla fine digeribile anche per l’uditore a cui di norma viene il brivido al cuoio capelluto appena sente una quarta eccedente o una serie di accordi perfetti a movimento parallelo. E infatti a fine programma scoppia un convinto consenso che presto spinge la bella coppia di musicisti ad offrire l’extra già citato, dopodiché insistenti acclamazioni fanno pensare che la gente abbia voglia di ascoltare ancora musica, anche se in genere molte persone in platea schizzano subitamente verso i vomitoria per evitare di far coda a fine concerto per recuperare il soprabito: ciò per gli artisti non è certo consolante perché sembra che tra gli applausi molti fuggano per eccesso di noia. Per fortuna non è così e anzi questa volta vivissimi apprezzamenti sia per la giovane violinista bavarese che sorprende per l’assoluta padronanza dei mezzi tecnico-espressivi dello strumento, ma anche per il quasi trentenne pianista svizzero, un talento eccezionale pure lui d’impeccabile tecnica (ce ne vuole per imparare l’ostico Bartók e suonarlo scioltamente come un Minuetto di Bach) e fine musicalità tratta dalla capacità di rendere più che docile la tastiera. Su tutti svettava, quale ristoro all’orecchio, l’incanto sonoro di Debussy, animatissimo, leggero e capriccioso che i due sanno interpretare in maniera meravigliosamente flâneuse ovvero con quella calma senza fretta (sic) che sa dare il giusto peso ad ogni nota.

 

Paolo Bottini

 

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