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Continua a stalkizzare la sua vittima, di nuovo a processo

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L’11 febbraio del 2001, in primo grado, Nicola Rebessi, 50 anni, di Casalbuttano, primo stalker arrestato a Cremona, era stato condannato ad un anno e otto mesi di reclusione per stalking nei confronti di una commerciante di Cremona che nel Natale del 2009 aveva troncato la relazione, scatenando la reazione dell’imputato. Nonostante la condanna, l’uomo ha continuato a compiere atti persecutori verso la donna, rimediando un’ulteriore accusa di stalking per la quale oggi Rebessi, difeso dall’avvocato Simona Bracchi, ha patteggiato una pena di 8 mesi in continuazione con la precedente condanna. L’uomo, finito due volte agli arresti domiciliari per aver violato il divieto di stare a 100 metri di distanza dalla commerciante, dovrà seguire un programma di recupero in una comunità psichiatrica. Ha patteggiato invece una pena di due mesi Federico Scazzoli, 38 anni, di Castelvetro Piacentino, assistito dall’avvocato Alessio Romanelli. L’uomo era accusato di favoreggiamento per un fatto risalente al 21 settembre del 2011. La vittima era parte civile attraverso l’avvocato Isabella Cantalupo. Nella sentenza di primo grado Rebessi era stato condannato a risarcire alla donna 20mila euro di danni, più 3.700 euro per le spese legali. Nel corso del tempo il 50enne aveva inviato sms di parolacce e di minacce, aveva telefonato sia in negozio sia a casa, di giorno e nel cuore della notte. L’accusa gli aveva contestato anche scritte offensive sul muro del negozio e volantini ingiuriosi, uova lanciate contro la vetrina, un sacchetto di vermi svuotato davanti al negozio, l’auto sverniciata, la maniglia della portiera sporca di feci, l’olio versato davanti alla casa dell’anziana madre, i pedinamenti. Atti persecutori che sono proseguiti anche dal febbraio all’agosto del 2011, dopo la condanna di primo grado, con minacce e molestie, telefonate sul luogo di lavoro e sul cellulare, sms e biglietti anonimi dal contenuto offensivo e minaccioso. Federico Scazzoli, invece, era accusato di aver aiutato Rebessi ad “eludere le investigazioni dell’autorità, rifiutandosi di fornire alla polizia l’identità della persona a cui aveva ceduto la scheda telefonica Tim”, utenza che era stata utilizzata da Rebessi per le telefonate minacciose.

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