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Dopo lo sfratto, zuffa con carabinieri e sindaco di S.Giovanni

Tribun

Si era ritrovato da un momento all’altro senza più una casa sulla testa, in cassa integrazione, con in tasca pochi euro al mese e un affitto da pagare di 300 euro al mese. Quando i carabinieri, il 19 aprile del 2010, dopo un anno di affitto non pagato, erano arrivati ad eseguire lo sfratto, Felice Aruta, 58enne di San Giovanni in Croce, e il figlio Giovanni, 29 anni, avevano perso la testa. Sicuramente l’aveva persa Giovanni, che si era avventato contro un maresciallo dei carabinieri, finendo in arresto e patteggiando la pena a processo. Oggi sul banco degli imputati c’era il padre Felice, che doveva rispondere  delle accuse di violenza, minaccia, resistenza a pubblico ufficiale e per lesioni e ingiurie verso il sindaco di San Giovanni in Croce, all’epoca Vittorio Ceresini. Dopo aver sentito la testimonianza del figlio, che si è preso tutte le colpe, il giudice Pierpaolo Beluzzi ha assolto il padre “perché il fatto non costituisce reato”, e ha dichiarato estinto il reato nei confronti del sindaco il quanto lo stesso Ceresini ha rimesso la querela. Per l’imputato, il pm onorario Paolo Tacchinardi aveva chiesto la condanna a quattro mesi di reclusione. Felice Aruta lavorava alla ditta Bini di Scandolara: guadagnava pochi euro al mese, a seconda dei periodi e delle richieste. Poi la ditta era pure fallita e l’uomo si era trovato in cassa integrazione. Impossibile pagare l’affitto con quei miseri guadagni: per questo si era rivolto al sindaco, che aveva promesso di consegnare alla sua famiglia un appartamento più piccolo, ma comunque sufficiente per accontentare i bisogni primari. Ma non era stato così e il 19 aprile del 2010 Aruta, a processo difeso dall’avvocato Maria Delmiglio, si era ritrovato senza una casa dove vivere. Quando i carabinieri avevano eseguito lo sfratto, era scoppiato un parapiglia che aveva coinvolto il maresciallo della stazione dei carabinieri di Gussola e pure il sindaco Ceresini, intervenuto per controllare la situazione. “Sono stato io a colpire il carabiniere, mio padre non ha fatto nulla”, ha testimoniato oggi Giovanni Aruta. Tenendo conto anche delle testimonianze precedenti, che parlavano di un parapiglia poco chiaro nel quale non era facilmente identificabile chi dei due fosse il responsabile dell’aggressione, il giudice ha deciso per l’assoluzione.

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