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Formaggi avariati, parlano i veterinari Omissioni nei verbali

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Parola agli imputati, oggi, nella lunga udienza presieduta dal giudice Pio Massa (a latere i colleghi Andrea Milesi e Francesco Sora) nel procedimento sui formaggi avariati. Cinque dei sette imputati hanno chiesto ed ottenuto di essere sentiti.

L’imprenditore siciliano Domenico Russo, Luciano Bosio, e i tre veterinari Riccardo Crotti, Paolo Balestreri e Andrea Chittò.
Russo e Bosio, insieme agli altri imputati Gheorghe Vlagea e Francesco Tripodi, sono accusati di aver “alterato le caratteristiche di vari prodotti lattiero-caseari prima che fossero distribuiti per il consumo, rendendoli pericolosi per la salute pubblica”. In particolare, perché dal 2004 al giugno 2007 “lavoravano formaggi destinati al consumo umano, mescolandovi prodotti per il consumo animale, oppure, in altri casi, prodotti avariati e dall’odore nauseabondo recanti la presenza di estese muffe, di inchiostri, di residui di plastica, di vermi, di topi morti e di escrementi di roditori”. Quel formaggio avariato e putrefatto era merce che doveva essere smaltita, destinata ad uso zootecnico. E invece, secondo l’accusa, sarebbe stata riciclata e lavorata come prodotto “buono”, di prima qualità.

Il processo coinvolge la ditta Tradel di Casalbuttano, dove i prodotti venivano sconfezionati, e lo stabilimento Megal di Vicolungo, in provincia di Novara, dove i formaggi venivano pastorizzati e lavorati prima della loro immissione sul mercato.

I tre veterinari devono rispondere del solo reato di abuso d’ufficio: secondo la procura, avrebbero procurato un ingiusto vantaggio patrimoniale ai vertici della Tradel e un ingiusto danno ai consumatori finali dei formaggi. Anziché fare ispezioni e controlli a sorpresa alla Tradel, avrebbero ogni volta preannunciato le loro visite ispettive a Russo o a Bosio, “a volte comunicando il giorno programmato, altre concordando con loro la data più indicata”, così da “consentire a Russo oppure a Bosio “di predisporre una situazione favorevole alla società”.

DOMENICO RUSSO

Il primo ad essere sentito è stato Domenico Russo (difeso dall’avvocato Renzo Inghilleri di Novara), a capo della Tradel, chiusa nel giugno 2007, e della Megal.
“In Tradel”, ha esordito Russo, “venivano trattate 2.500 tonnellate all’anno di prodotto. Avevamo fornitura di prodotti con Galbani e con altre aziende”. “La mia”, ha specificato l’imputato, “era una presenza settimanale in azienda perché seguivo anche altri stabilimenti. Al mio posto c’era Bosio, mentre in produzione c’era Tripodi”. “Le hanno mai segnalato la pericolosità del prodotto?”, è stata la domanda del suo legale. “Non ci sono mai state segnalazioni”, ha risposto Russo, “i carabinieri del Nas hanno solo ravvisato la cattiva gestione di alcuni prodotti negli spazi della Tradel”.
Il 20 febbraio del 2007 alla Megal si era presentata la guardia di finanza che era rimasta fino al 30 maggio successivo. “Si lavoravano 60/70 tonnellate di prodotto in entrata e in uscita”, ha ricordato Russo, “e nonostante la presenza della finanza, 18 uomini che si erano presentati come se ci fosse stata in corso un’attività illegale, il lavoro era andato avanti lo stesso”. “Ci sono mai state contestazioni da parte di qualche cliente?”, è stata la domanda dell’avvocato. “Le contestazioni sono parte dell’attività quando si lavora tonnellate di merce”, ha risposto l’imputato. “Ma nessuno le ha mai detto che questo o quel prodotto faceva schifo?”, lo ha incalzato il legale. “No”, ha risposto Russo. “Penso di aver lavorato in coscienza e seguendo le regole”.
Nel controesame, il pm Francesco Messina ha chiesto se l’imputato ricordasse le dichiarazioni rese in aula dai suoi stessi dipendenti circa la merce che si lavorava in Tradel. “I dipendenti”, gli ha ricordato il pm, “hanno detto che il prodotto che arrivava veniva lavorato e che non c’era alcuna selezione. La guardia di finanza ha trovato in produzione prodotti con escrementi. Era giusto, secondo lei, che venisse lavorato?”. “Quella merce è stata controllata e analizzata”, ha risposto Russo. E sui dipendenti: “c’era la volontà di chiudere la Tradel. Può darsi che per motivi di rivalsa qualcuno abbia detto cose esagerate”. “A me”, ha continuato l’imputato, “non interessa l’aspetto estetico della merce, ciò che conta sono le analisi”. “Ma lei vede un topo nel formaggio e aspetta le analisi?”, lo ha incalzato il pm. E ancora l’accusa: “c’è un verbale di udienza in cui si parla di 557.000 chili di prodotti in nero, non tracciati, tra il 2004 e il 2006, e cioè il 12% del totale dei prodotti entrati in Tradel”. “Non ero in Tradel dalla mattina alla sera”, ha risposto Russo. “L’ha detto la finanza in aula”, lo ha pressato il pm. “In quel momento mi sarò assentato”, ha concluso l’imputato.

LUCIANO BOSIO

Davanti al collegio è stato poi sentito Luciano Bosio (assistito dall’avvocato Antonino Andronico, di Bergamo), direttore dello stabilimento Tradel. “Lavoravo per la Galbani”, ha detto l’imputato, passato nel 2003 alle dipendenze di Russo. “Avevo maggiori benefici economici”. “Oltre il 90% dei prodotti che arrivava in Tradel era perfetto”, ha raccontato Bosio. “Il resto erano prodotti che visivamente non ero abituato a vedere”. “E’ successo che io abbia definito merda alcuni prodotti”, ha ammesso Bosio, “e di aver detto a Russo che certa merce andava destinata ad uso zootecnico. Lui mi aveva detto che poi in Megal si sarebbero fatte tutte le analisi sulla qualità”. “Perché se ne voleva andar via dalla Tradel?”, gli ha chiesto il pm nel controesame. “Perché non avevo possibilità decisionali sul prodotto, non avevo voce in capitolo per migliorare la situazione, non avevo un budget, e così avevo chiesto a Galbani di poter rientrare”. “La chiusura di Tradel”, ha aggiunto l’imputato, “era stata annunciata alla fine dell’estate del 2006”. All’epoca dei fatti, davanti al gip, come ricordato anche oggi in aula dal pm Messina, Bosio aveva dichiarato che sulla base di quanto aveva visto si era convinto che il guadagno del Russo si basava sulle contestazioni ai fornitori della merce in cattivo stato. Merce che però veniva comunque avviata alla lavorazione. Una dichiarazione che oggi Bosio ha ammesso, ma solo in parte, sulla base non di ciò che aveva visto, ma su sue sensazioni.

RICCARDO CROTTI

La parola è poi passata a Riccardo Crotti, ex direttore del servizio di prevenzione veterinaria dell’Asl di Cremona. “In un anno e mezzo alla Tradel”, ha ricordato Crotti, difeso dall’avvocato Mario De Bellis, del foro di Mantova, “ci sono stati 17 interventi. Abbiamo segnalato noi al Nas la presenza del burro di origine vegetale”. Ma in una delle contestazioni del pm Crotti è stato smentito, in quanto è emerso che era stata l’Asl a fare la segnalazione (il burro era poi  risultato regolare). Poi l’imputato ha parlato di ispezioni a sorpresa e anche di controlli preannunciati e a proposito del 22 novembre, giorni in cui la finanza aveva fermato il camion carico di formaggi, ha specificato che “la presenza della muffa non vuol dire che il prodotto sia da gettare”. “Da quei prodotti”, ha aggiunto, “erano stati prelevati dei campioni e tutte le analisi avevano dato esito negativo”.
Nel 2006, Crotti, come ricordato dal pm Messina nel controesame”, aveva dato prescrizioni alla Tradel in quanto erano state rilevate carenze durante il sopralluogo del 2 novembre effettuato da Balestreri e Chittò. In aula Crotti ha dichiarato di essere stato alla Tradel l’8 novembre successivo per constatare l’adempimento delle prescrizioni, ma di quell’accesso non c’è traccia. “Il verbale non c’è”, gli ha contestato il pm, che ha proseguito con le contestazioni, chiedendo all’imputato come mai alla Megal erano stati trovati dalla finanza 740 chili di croste di gorgonzola ammuffiti in vincolo sanitario. “Avete fatto vigilanza e selezione?”, ha chiesto Messina. “Noi abbiamo dato indicazioni”, ha risposto Crotti, “evidentemente è sfuggito ai tecnici della prevenzione che materialmente avrebbero dovuto fare la selezione”.

PAOLO BALESTRERI

Sentito anche il veterinario Paolo Balestreri, “braccio armato di Crotti”, difeso dall’avvocato Isabella Cantalupo.
Insieme al collega Chittò, Balestreri era colui che aveva avuto concreto accesso alla Tradel. “Si facevano le pianificazioni dei controlli, a volte c’erano delle prescrizioni e poi, scaduti i termini fissati, si tornava a controllare se l’azione correttiva fosse effettivamente stata effettuata”. Balestreri ha parlato del controllo con data concordata effettuato il 26 settembre del 2006 alla Tradel e di quello successivo da parte della Regione nel quale era state riscontrate anomalie (muri scrostati), “senza però rischio di contaminazione del prodotto”. “Non mi è mai capitato di vedere escrementi di topo, né muffe, né tantomeno odori nauseabondi”, ha detto Balestreri a domanda del pm, puntualizzando che “non siamo entrati nei locali produttivi”. Il 2 novembre Balestreri e Chittò erano tornati per un sopralluogo e perché era la data di scadenza delle prescrizioni. Prescrizioni che però, come è emerso, erano state solo parzialmente adempiute. Ma sul verbale figuravano solo gli interventi portati a termine. “Lei concordò con Crotti ciò che doveva essere scritto sul verbale?”, ha chiesto Messina all’imputato, rifacendosi anche ad un’intercettazione telefonica tra Crotti e Russo nella quale l’imprenditore diceva di aver chiesto a Balestreri di “non infierire su un uomo morto”. “Ho chiamato Crotti al termine del sopralluogo e l’ho messo al corrente del risultato dell’ispezione”, ha risposto Balestreri.

ANDREA CHITTO’

Sulla questione è tornato anche Andrea Chittò, che, oltre a confermare quanto riferito dal collega, ha detto che la decisione di omettere nel verbale la parte delle prescrizioni che non era stata adempiuta era una decisione che era stata presa di comune accordo insieme a Crotti.

Si torna in aula il prossimo 24 settembre con le conclusioni.

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