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Tragedia al ristorante galleggiante, Bini condannato a due anni Risarcimento per la famiglia dell'uomo annegato

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E’ stato condannato a due anni (pena sospesa) Giovanni Bini, 57 anni, a processo per omicidio colposo per la morte di Giuseppe Agostini, 47 anni, di Lavis, in provincia di Trento, annegato il 7 novembre del 2009 a causa del cedimento di una zattera annessa al ristorante Km 415,4 al Lido Po di Casalmaggiore. La vittima faceva parte di una comitiva di venditori della Folletto proveniente da diverse province del nord Italia. Dopo aver consumato il pranzo di lavoro a bordo del ristorante galleggiante, i colleghi si erano alzati da tavola ed erano saliti sul piccolo attracco per fare una foto di gruppo. La struttura non aveva retto al peso delle persone ed alcune di loro erano finite nelle gelide acque del Po.

Per quanto riguarda il risarcimento alle parti civili, il giudice Pierpaolo Beluzzi ha poi condannato Bini, titolare della società proprietaria del ristorante galleggiante, e in solido le Assicurazioni Generali e la Compagnia Fluviale Naviganti e Sognatori, a versare un risarcimento di 100mila euro di provvisionale alla moglie della vittima e 80mila euro a ciascuno dei due figli.

Per l’imputato, il pm onorario Paolo Tacchinardi, che nella sua requisitoria ha parlato di “colpa cosciente”, ha chiesto due anni di reclusione senza le attenuanti generiche.
Le parti civili, rappresentate dagli avvocati Perla Sciretti e Alessio Mascia, hanno puntato l’attenzione sulla “compartecipazione dell’imputato alla causazione dell’evento”. Per l’accusa, infatti, era stato lo stesso Bini a permettere che gli ospiti del ristorante salissero sulla zattera per fare una foto. “La struttura”, ha sottolineato l’avvocato Mascia, “era al di fuori di qualsiasi regola o autorizzazione. C’è stata un’assoluta mancanza di precauzioni. Totalmente assente anche la cartellonistica di divieto o di pericolo”.
A processo, come responsabile civile è stata citata la Compagnia Fluviale Naviganti e Sognatori (il cui legale rappresentante è lo stesso Bini), assistita dall’avvocato Fabrizio Vappina, che ha chiamato in causa la Compagnia di Assicurazioni Generali, rappresentata dall’avvocato Giovanni Ripa. “La chiatta non ha motore”, ha sostenuto l’avvocato Ripa, “e quindi non si tratta di un natante, non poteva essere assicurato”.
Per l’avvocato Cesare Gualazzini, legale dell’imputato, gli ospiti erano già saliti sulla chiatta quando Bini li ha visti. “Erano già lì, e il carico di persone si è concentrato in un solo punto che poi ha ceduto facendo cadere tutti in acqua”. “Bini”, ha ricordato il legale, “si è tuffato nel tentativo di rendersi utile. Non poteva immaginare una cosa simile, lui ha ritenuto che la struttura potesse reggere, e invece crollata, anche se solo in parte”.

Per l’accusa, Bini aveva realizzato “artigianalmente e in carenza di autorizzazioni di legge il pontile in legno collegato alla struttura del barcone costituente il corpo centrale del pubblico esercizio di cui era gestore mediante putrelli in acciaio su cui consentiva l’accesso ai clienti del ristorante”. Quel pomeriggio erano saliti in quindici, determinando il crollo “per l’instabilità e l’inidoneità della struttura con conseguente precipitazione nelle acque del Po degli avventori, tra cui Giuseppe Agostini, che trascinato via dalla corrente perdeva la vita per annegamento”.

Scene drammatiche: qualcuno era riuscito ad aggrapparsi alla zattera, altri ancora erano stati trasportati decine di metri più avanti dalla forte corrente del Po, uno era svenuto. Si erano salvati in 14. L’unico a non farcela era stato Agostini, capoarea della nota marca di aspirapolveri: la moglie lo aveva visto sparire trascinato dalla forte corrente del fiume. Il suo corpo era stato notato tredici giorni dopo da due pescatori e ripescato nel tratto di fiume tra Boretto e Pieve Saliceto.

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