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A proposito di Province: un errore sull'altro

Lettera scritta da Giampiero Carotti

Ritengo che le recentissime vicende legate alla vexata quaestio della abolizione / riduzione / revisione delle province ci debbano interrogare tutti e profondamente. Nel merito, il senatore Pizzetti ha pochi giorni fa correttamente sottolineato che in realtà servirebbe una revisione dell’intera macchina amministrativa statale (non solo delle province) definendo con precisione compiti, aree di competenza, finalità, poteri eccetera. Ha ragione: colmare le attuali lacune di amministrazione ed eliminare le centinaia di attuali insensate sovrapposizioni di ambiti e competenze sarebbero due risultati molto importanti.

Ma abbiamo di fronte ben altro: questo governo vuole ostinatamente procedere solo su un pezzo del meccanismo. Questo dopo un battage mediatico di mesi che ha presentato tutte le province in Italia come covi di fannulloni ed enti inutili, privi di funzioni e competenze: ha funzionato, ormai tanta gente ne è sinceramente convinta. In realtà le competenze provinciali (cito ad esempio ambiente, scuole, trasporti, inceneritori, biblioteche, discariche, gestione del territorio e nello specifico lombardo anche l’acqua) hanno un risvolto pesantissimo, immediato e diretto sulla vita di tutti.

Guarda caso, queste competenze hanno direttamente a che fare con alcuni dei servizi pubblici sui quali gli avvoltoi (italiani e non) della “grande finanza” e del mercato, gli alfieri del liberismo e della parificazione tra Stato e impresa tentano da anni di mettere gli artigli. Guarda caso, si abolisce per primo il livello amministrativo che più risulta fastidioso per mafia e inquinatori. Guarda caso, il governo ha appena varato una norma che dice a chi inquina: “caro delinquente, è meglio che inquini molto di più di così, perché se per te la bonifica costa troppo non te la accollo”. Guarda caso, si progetta anche (senza alcuna ragione sensata) di abolire giunta e consiglio provinciali, limitando (nella migliore delle ipotesi) il potere degli elettori alla scelta del nome del presidente della Non-più-provincia-chissà-come-la-chiameranno.

Il governo pensa insomma alla formula “un uomo solo al comando” coadiuvato da un organo collegiale formato da alcuni sindaci. Gli stessi sindaci che già ora faticano ad occuparsi di tutto ciò che è di loro competenza e ad assicurare le funzioni e i servizi fondamentali che sono loro affidati, che sono strangolati da risorse sempre più scarse e che se le hanno non le possono utilizzare a causa di isterici patti di stabilità. Chiunque capisce che resterà loro pochissimo tempo per occuparsi anche delle numerose incombenze provinciali: o se ne occuperanno molto superficialmente o demanderanno ad altri (e quindi noi non eleggeremo comunque chi deciderà davvero su quei temi). Vogliamo poi dire che c’è il fondato rischio che la politica su questi temi cambi di anno in anno al variare delle proporzioni di peso tra i sindaci dei centri maggiori di un territorio provinciale (che di solito non vanno al ricambio contemporaneamente)? Vogliamo parlare dei monumentali conflitti di interesse che sorgeranno quando alcuni sindaci decideranno a quali (altri?) sindaci destinare i fondi provinciali?

Ci si chiede: per quale ragione si tenta di sottrarre alla gente il diritto sacrosanto di decidere con quali linee politiche devono essere pensati e gestiti servizi come edilizia scolastica, trasporti, ambiente, rifiuti, oltre tutto varando un sistema che sembra fatto apposta per non funzionare?

Venendo al metodo, il modo in cui si è operato e si vuole operare è anche più preoccupante. E’ solo grazie alla lungimiranza dei padri costituenti se è calata una mannaia sopra il tentativo dilettantesco o truffaldino di abolire un pezzo di apparato amministrativo statale tramite decreto (operato da chi, ricordo, fa tuttora parte della coalizione del “nuovo” governo): ora invece di chiedere scusa e abbandonare la politica vergognandosi di ciò che si è fatto si progetta addirittura di portare a casa il risultato tramite una modifica selettiva della carta costituzionale. In parole più povere, questo rischia di diventare (o di essere già) un laboratorio di come la nostra Costituzione potrà essere smontata pezzo per pezzo.

C’è di peggio? Sì, c’è. Le province che avrebbero dovuto andare al ricambio nei mesi scorsi sono state “congelate” e affidate a commissari in attesa del compimento del percorso legislativo, che si prevedeva (e anzi si pianificava) sarebbe stato velocissimo. Un blitzkrieg. Tutti sapevano che non sarebbe andata così, non perché “siamo in Italia” ma perché questi processi non possono per fortuna essere accelerati più di tanto (se poi li gestiscono degli incompetenti peggio ancora). Ora c’è l’enorme rischio che si voglia applicare lo stesso metodo anche per tutto il lungo tempo di approvazione del nuovo disegno di legge: la prospettiva reale è di arrivare gradualmente al commissariamento di tutte le province delle regioni a statuto ordinario. Attenzione, perché i commissariamenti già operati (per ora per fortuna non sono molti) sono un precedente pesante che getta lunghissime ombre sulla tornata di elezioni amministrative di questa primavera.

Per fortuna sempre più persone capiscono che il pieno di un periodo di crisi (economica o politica) è il meno indicato per attuare riforme sensate e condivise delle regole fondamentali della società. Chiediamoci: sta davvero nella Costituzione la causa dei nostri mali? O si tratta di una puerile scusa accampata da chi si è infilato in un imbuto da cui non sa uscire? O, peggio, il vero obiettivo non è il bene della nazione ma proprio lo scardinamento delle sue regole fondamentali?

Io credo che, anche solo cautelativamente, i cittadini (organizzati e non solo il popolo dell’acqua) dovrebbero dire chiaro e forte “cari ministri, noi vogliamo continuare a poter giudicare i politici che ci governano e non accettiamo alcuna sospensione della democrazia, alcun “congelamento” dei nostri diritti in attesa di chissà quale riforma: dunque le province (tutte, sia quelle già scadute che quelle in scadenza) devono andare normalmente al ricambio in primavera e così successivamente. Quando la riforma sarà pronta decideremo se adottarla. Non prima. E vogliamo continuare ad essere noi con il nostro voto a decidere chi e come si occuperà di rifiuti, ambiente, scuole, acqua, cultura”.

Preghiera finale: non ci si prenda più in giro con i “grandi risparmi” che si avrebbero evitando di eleggere gli amministratori provinciali. La democrazia ha dei costi. Ci sono varie formule che permettono di azzerare o ridurre al minimo quei costi. Ad esempio c’è la monarchia. Avanti Savoia?

Giampiero Carotti

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