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'Ndrangheta, casa di Casalmaggiore offerta a un latitante come covo Ne parla un pentito

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Altre tracce di presenza malavitosa sul territorio: un’abitazione di Casalmaggiore fu offerta a un latitante come nascondiglio. Le tracce emergono dall’operazione di qualche giorno fa della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che anche sulla base delle rivelazioni di Lea Garofalo – la nota testimone di giustizia uccisa a Milano nel 2009 – ha colpito diversi clan della ‘ndrangheta del Crotonese coinvolti in almeno sette omicidi tra il 1989 e il 2007. L’indagine, denominata “Filottete”, ha portato la settimana scorsa all’arresto di diciassette persone: contestati a vario titolo reati che vanno dall’associazione per delinquere di tipo mafioso all’omicidio aggravato, dal porto e detenzione di armi e materie esplodenti alla produzione e traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope e alla ricettazione. Tra le diciassette persone, come già scritto (leggi l’articolo) c’è Nicolino Grande Aracri, ritenuto in molte relazioni investigative un personaggio di spicco della ‘ndrina cutrese che ha ramificazioni nelle zone del Reggiano, della Bassa parmense e del Cremonese.

Uno dei provvedimenti restrittivi è stato invece emesso nei confronti di Salvatore Caria, alias “Cariedda”, 35enne nato a Petilia Policastro, nel Crotonese, e residente a Colorno, in provincia di Parma, a una decina di chilometri da Casalmaggiore. Il pentito Angelo Salvatore Cortese, vecchio uomo di fiducia di Nicolino Grande Aracri e in passato arrestato dai carabinieri di Fidenza nell’ambito dell’operazione “Danger”, ha raccontato di aver incontrato Caria nel 2007, in un bar di Colorno. Cortese ha dichiarato che in quell’occasione Caria era in compagnia di Domenico Pace, all’epoca latitante, oggi 33enne e anch’egli destinatario di uno dei diciassette mandati di arresto della settimana scorsa. Nelle sue dichiarazioni Cortese ha detto di aver proposto, durante quell’incontro, di ospitare Pace (perché Caria non sarebbe stato più in grado di tenerlo ancora con sé) in un’abitazione di Casalmaggiore che aveva tra le sue disponibilità. Non risultano comunque elementi circa un successivo “trasferimento” nella casa di Casalmaggiore. Si tratta di una vicenda che risale a qualche hanno fa ma che contribuisce a ricostruire il quadro delle attività nella zona di soggetti legati alla malavita calabrese. Nell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari si legge: “La circostanza che un membro dell’associazione di Petilia trovi ospitalità per coprire la latitanza da parte di un soggetto appartenente ad una cosca alleata (il 35enne Caria, ndr) va considerato elemento indiziario dell’esistenza dell’associazione e del suo riconoscimento da parte di sodalizi di pari forza stanziati sul territorio”.

Di un’abitazione intestata a Cortese a Casalmaggiore si erano già interessati i carabinieri nell’operazione “Danger” dell’aprile 2007: dentro ci viveva una moldava e militari trovarono all’interno un bilancino di precisione con tracce di cocaina, due spade, manganelli, munizioni e una decina di telefonini. Quanto a Caria e Pace, sembra che il primo, dopo l’incontro con Cortese, venne poi incaricato da qualcuno del gruppo dei Comberiati di mettere in trappola il latitante, invitandolo a tornare a Petilia Policastro, dove sicari avrebbero dovuto ucciderlo perché si sarebbe rifiutato di effettuare due omicidi. Una presunta trappola nella quale Pace non cadde (decise di continuare la latitanza fuori dal paese calabrese).

Michele Ferro
redazione@cremonaoggi.it

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