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'7mila euro di mobili mai visti': truffa al Centro, parla un cliente

tribunale

Parola alla parte civile, nel processo che si celebra a carico di Luigi Roversi, 62 anni, bresciano, promotore della società Centro arredamento, con punto vendita a Castelvetro Piacentino e con sede legale a Cremona, fallita nel febbraio del 2006. L’imputato deve rispondere dell’accusa di truffa nei confronti di diversi clienti e anche di bancarotta per aver dissipato del denaro. A processo si sono costituiti parte civile due dei clienti di Roversi, uno dei quali, Marco, residente a Modena, ha testimoniato oggi davanti al collegio dei giudici (presidente Pio Massa, a latere Francesco Sora e Andrea Milesi).

La denuncia del cliente risale a sette anni fa. In aula il teste ha spiegato di aver contattato il Centro arredamento nel 2005 “perché volevo comprare una camera da letto e una cucina”. Al Centro arredamento, Marco si era rivolto dopo aver visto su una televisione locale uno spot pubblicitario. A casa del cliente si era presentato l’imputato. “Mi ha dato il suo biglietto da visita e mi ha fatto vedere dei depliant, poi è tornato un’altra volta con un progetto personalizzato”. Marco ha raccontato di aver accettato il finanziamento. “Entro novembre del 2005 avrebbero dovuto consegnarmi la merce, e invece i mobili non li ho mai visti. Nessuno mi ha più contattato”. Per quella merce, Marco aveva pagato quasi 7.000 euro. “Con la finanziaria ho pattuito 60 rate da circa 128 euro e ho pagato tutto”. “Rate con bollettini postali fino a gennaio del 2010”, ha detto il cliente. “Poi dalla rabbia per non aver ricevuto i miei mobili, le ultime dieci rate le ho pagate tutte in una volta”. Il testimone ha poi aggiunto di aver consegnato a Roversi un assegno di 500 euro “intestato al portatore” per aver chiesto per la cucina il marmo invece del laminato. “Così ho completato la differenza”. In aula Marco ha raccontato di aver telefonato al Centro arredamento nel mese di dicembre. “Mi hanno detto che prima della fine dell’anno mi avrebbero consegnato i mobili. Intanto nella mia casa ho fatto dei lavori. Per due mesi sono rimasto senza cucina”. “Subito dopo le feste di Natale”, ha continuato il teste, “non mi ha più risposto nessuno, così mi sono rivolto alla Federconsumatori che ha inviato una raccomandata al Centro. Poi c’è stato un secondo sollecito, fino a quando a marzo mi è arrivata una lettera del curatore fallimentare che mi diceva di andare a ritirare i miei mobili in un magazzino. Ma io nel frattempo li avevo acquistati da un’altra parte, e quindi non sono andato”.

Nel controinterrogatorio della difesa, i legali di Roversi, gli avvocati Luca Curatti ed Enrico Moggia, hanno sostenuto che il curatore fallimentare aveva accertato che nel novembre del 2005 il Centro arredamento aveva effettivamente ordinato i mobili, e in aula hanno sventolato una bolla che attesta che a dicembre erano effettivamente arrivati al Centro. “Vuole vedere la bolla?”, ha chiesto al teste l’avvocato Curatti. “No”, ha risposto il cliente. “Io volevo vedere i miei mobili”. Marco ha detto di non aver mai ricevuto la bolla e di non essere stato avvertito da nessuno, se non a marzo dal curatore, che i suoi mobili erano arrivati.

Roversi è anche accusato di bancarotta per aver dissipato del denaro, ma durante la scorsa udienza è emerso che l’imputato non dissipò né distrasse soldi. Quel denaro, al contrario, finì sui conti correnti della società. Nel mirino dell’accusa ci sono 260mila euro, il totale delle somme finanziate ai clienti, “il profitto di un’attività truffaldina” ai danni dei clienti che da Roversi acquistarono arredi e li pagarono attraverso una finanziaria.

In una delle ultime udienze era stata sentita la testimonianza del maresciallo della guardia di finanza Maurizio Trespidi, che a suo tempo visionò tutti i casi dei clienti, provenienti da Piacenza, Reggio Emilia, Modena e Bologna, che  tra il 2002 e il 2006 acquistarono mobili da Roversi e che per il pagamento sottoscrissero un contratto con le finanziarie. “Ogni mese le persone pagavano i bollettini”, aveva spiegato il teste. “Qualcuno poi ci ripensò, preferì pagare con l’assegno pensando che sarebbe finita lì, e invece il finanziamento proseguiva con la finanziaria”.

Agli atti dell’inchiesta ci sono assegni per 53.758 euro negoziati in banca dalla compagna di Roversi. “Denaro con cui io ho pagato i bollettini delle finanziarie”, ha spiegato l’imputato, che dall’accusa di aver truffato una cliente è già stato assolto da un giudice di Guastalla “perché il fatto non sussiste”. “Alla luce di quanto è stato introdotto nel dibattimento e a conoscenza di questo tribunale”, si legge nella motivazione della sentenza, pronunciata il 6 ottobre del 2009, “non si comprende quale condotta dell’imputato avrebbe (anche astrattamente) integrato il reato contestato”.

La prossima udienza è stata fissata per il prossimo 25 febbraio. Verranno sentiti altri quattro testimoni e forse ci sarà l’esame dell’imputato.

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