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La vittoria dell'ultradestra in Francia L'urlo del popolo, segnale all'Europa

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Il successo del Fronte Nazionale di Marine Le Pen unito alla voglia di indipendenza di molte regioni europee – dal Veneto alle Fiandre, dalla Scozia alla Catalogna – è  certo  un messaggio di esasperazione populista, il rigetto della Politica corrotta e inconcludente. Ma anche il rifiuto di una Europa dei diktat e delle troike che chiede agli altri severità mentre concede a sé ogni beneficio, ogni spreco, ogni follia.

Il ciclone Le Pen, cioè il boom dell’estrema destra francese al primo turno delle Amministrative (il che vuol dire pure la disfatta totale di Hollande) non va sottovalutato. Significa che i partiti tradizionali hanno dilapidato la fiducia della gente; significa che ormai le posizioni estreme non fanno più paura. E non ci vengano a dire che la disfatta della gauche francese non era prevedibile. Sono due anni, ad esempio,  che Hollande non parla più ai suoi elettori e costoro, risentiti,  se ne sono rimasti a casa (astensionismo record al 39%). Lo hanno sanzionato. Certo Marine Le Pen è stata agevolata dai varchi che le hanno aperto la vecchia politica sia della sinistra che della destra. Ma ha pure sfruttato il sentimento euro-scettico che si va diffondendo  ovunque, anche da noi. Soprattutto da noi: quasi un italiano su due è ormai  contro l’Europa. Ma non siamo soli: per due terzi di cittadini europei Bruxelles sbaglia. I maestrini dello spreco non incantano più.

E a fine  maggio ci saranno le elezioni europee. Ci aspettano due mesi roventi. I burocrati di Bruxelles faranno di tutto per sbarrare la strada ai movimenti autonomisti; gli euroscettici soffieranno sul fuoco della protesta. Napolitano ha già cominciato (lunedi)  la sua azione di sbarramento durante la celebrazione per i 70 anni delle Fosse Ardeatine (“la pace non è un regalo, è una conquista dovuta all’unità europea”); Renzi ha sveltamente messo le mani avanti (“Il voto alle Europee non è su di me”). Ma la Roma cafonal sta già facendo volare i suoi rumors. E si chiede: ”Quanto durerà Renzi?”. E poi c’è il Veneto che ha votato (in circa 200 postazioni telematiche) la secessione sbiancando in sei giorni Renzi, Grillo e la Lega. C’è la Sardegna che vorrebbe andare con la Svizzera. C’è Grillomao che sostiene, nel suo blog, che le europee di maggio “di fatto sono diventate elezioni  nazionali”.  E poi  giù ancor più  duro: ”Non è un mistero che i governi vengono fatti e disfatti a Bruxelles e nelle stanze della BCE. E’ successo per la Grecia, per il Portogallo e succede in Italia da Rigor Montis in poi. Tre governi italiani sono stati decisi dalla UE con il beneplacito di Napolitano. Bisogna andare in Europa per cambiare l’Italia. I nostri premier sono diventati servi dei poteri finanziari e di logiche economiche decise altrove”.

I giornaloni legati ai Poteri Forti snobbano le scosse populiste. Il voto del Veneto, ad esempio,è stato collocato in spazi ristretti persino da La Padania, organo ufficiale del Carroccio. Più generosi di spazio sono stati invece inglesi, russi, americani, arabi, australiani. Cioè Times, Independent, Bbc, Russia Today, Nbc, Al Jazeera, The Australian.

Qui da noi lorsignori si ostinano a seminare paura e zizzania. Si ostinano a definire populismo ed eurofobia ciò che sono invece semplici domande di sicurezza, di giustizia (abbiamo la macchina giudiziaria in panne da vent’anni), di trasparenza, lotta al carovita, sviluppo, lavoro. Il balzo di Marine Le Pen è un segnale forte per l’ Europa. La mistica delle piccole patrie è in rialzo. Ma basteranno due mesi ai soloni e ai mandarini di Bruxelles per riparare i danni procurati in questi ultimi dieci anni?

Enrico Pirondini

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