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Commessa condannata, ma il giudice non riconosce l’aggravante

Lettera scritta da Avvocato Fabio Galli

Egregio Signor Direttore,

In qualità di difensore della signora De Padova Anna ed in relazione all’articolo apparso oggi (30.5.2014) sul quotidiano online da Lei diretto, sono a richiedere una rettifica di quanto scritto.

In primo luogo il richiamo nella pagina della cronaca “Via 100 mila euro dalla cassa, 10 mesi alla commessa infedele” è assolutamente errato e non corrispondente a verità. Il Tribunale di Cremona ha stabilito esattamente il contrario e cioè che la mia assistita non può essere ritenuta responsabile della sparizione di una così rilevante somma di
denaro. Come correttamente si può leggere, poi, nell’articolo, infatti, il Giudice non ha riconosciuto l’aggravante di cui all’art.61 n.7 c.p. che si configura quando si è cagionato alla persona offesa un danno patrimoniale di rilevante gravità.

Anche nell’articolo, per i motivi appena spiegati, si rinvengono inesattezze che non rispondono a ciò che ha sentenziato il Tribunale di Cremona. Non è vero che siano stati rubati centomila euro tra contante, gratta e vinci e quanto altro descritto nell’articolo ed in questo senso il Tribunale non ha riconosciuto l’aggravante sopra citata.

Mi permetto altresì di ricordare con forza a Lei ed a tutti gli operatori dell’informazione, nonché a tutti i cittadini, che secondo quanto stabilito dalla nostra Costituzione della Repubblica l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva (art.27, comma 2, Cost.). Definitività della condanna che si ha quando contro la sentenza non è più ammessa impugnazione diversa dalla revisione (art.648 c.p.p.). Nel caso di specie si è in presenza di una sentenza di primo grado ancora impugnabile sia in Corte d’Appello che, successivamente, in Corte di Cassazione. Dare, quindi, per certo che la mia assistita si sia “intascata” denaro o altro è una forzatura che non ha ragion d’essere.

Distinti saluti

Avv. Fabio Galli

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