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La bilancia truccata Ovvero la giustizia dei 'pentiti'

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In Italia, le organizzazioni criminali hanno  ramificazioni estese, e in talune regioni contendono addirittura allo Stato l’egemonia sul territorio. Con atti di violenza e di minaccia, incutono timore per la loro stessa esistenza, causando una condizione di assoggettamento e di omertà: creano cioè la sottomissione dei soggetti contro i quali dirigono l’azione criminosa, che genera reticenze e rifiuto di aiutare i rappresentanti delle istituzioni, per il timore di rappresaglie. Questi clan offendono sia la libertà di mercato e di iniziativa economica, sia i diritti politici del cittadino, sia la libertà morale ampiamente intesa.
Ma c’è di più: essi influenzano pesantemente l’esercizio della giustizia penale, poiché la persecuzione di alcuni gravi reati, ormai in via esclusiva, viene assicurata da un’estesa “premialità”. Prospettiva, codesta, che scardina la giuridicità del processo, affidandolo alla logica attigua ma diversa della ragione politica, un canone tipico dell’inquisizione medievale, secondo cui  “giova alla repubblica che i delitti non rimangano impuniti”.
Il pensiero corre ovviamente ai “collaboratori di giustizia”, formulazione linguistica che dovrebbe denotare la qualità nobile di quanti contribuiscono allo svelamento dei segreti e delle attività dei sodalizi delinquenziali. Con maggiore vivacità di linguaggio, la gente però li indica con il termine “pentiti”, una vecchia locuzione giornalistica rimasta nell’uso comune e carica di valore spregiativo: la semplicità popolare svilisce l’immagine di siffatti delinquenti che, senza affrontare il liberatorio percorso interiore di chi ha male agito, offrono la prova della trasgressione, e diventano testimoni di accusa  in vista di personale tornaconto.
Protagonisti abituali delle indagini giudiziarie, i collaboratori o pentiti, che dir si voglia, hanno alle spalle un passato di omicidi, estorsioni, violenze, minacce e altri reati, commessi all’interno e al servizio della  struttura malavitosa. A un certo punto dichiarano o fingono di voler recidere i legami con il gruppo di appartenenza per molteplici ragioni, che vanno dal mite trattamento penale alla sicurezza personale propria e dei familiari. In taluni casi, l’apporto informativo fornito agli inquirenti ha permesso effettivamente di ottenere qualche risultato per la scoperta degli assetti di mafia, camorra, ’ndrangheta, sacra corona unita.
L’estendersi del fenomeno, però, ha popolato il palcoscenico giudiziario di personaggi squallidi che, nella nuova e mutata veste, attuano vendette e complotti, continuando sotto l’usbergo di un’apparente attendibilità il vecchio modello di vita, dal quale non si sono mai completamente distaccati. I riferimenti di tali manutengoli subordinano l’accertamento della verità, che con la giustizia forma un binomio indissolubile, a una permanente incertezza e sospensione.
La “premialità giuridica”  era già nota nel diritto romano, poiché colui che svelava crimini contro l’impero otteneva sconti di pena o l’impunità, soprattutto prima che i delitti venissero commessi. Una svolta ulteriore si ebbe nel Medioevo, allorché il processo accusatorio fu praticamente sostituito da quello inquisitorio, e il giudizio divenne luogo di pubblica dimostrazione anche di una verità superiore, da raggiungere con la confessione dell’inquisito mediante la tortura, per la salvezza stessa dell’anima del reo.
Orbene, tortura e impunità totale o parziale sono da parificare: “l’una e l’altra, cercando il vero ne’ suggerimenti dell’interesse, corre il rischio di allontanarsene quanto più crede di esservisi avvicinata”, per ripetere una lucida osservazione di Giovanni Carmignani,  giurista e politico della prima metà dell’Ottocento. Entrambe, infatti, mirano alla ricerca ossessiva della ipotizzata verità del fatto, attraverso l’annullamento della moralità dell’accusato – con il tormento fisico la tortura e la tecnica premiale con la coazione psicologica -, ma sempre facendo pagare un prezzo elevato, che si traduce nel disconoscimento della verità del diritto. Il processo, infatti, viene indirizzato verso l’unico sbocco voluto, di volta in volta, per tutelare le attese dell’ideologia, del partito, dello Stato.
Secondo alcuni, questi larghi premi appaiono soltanto in quelle culture della giustizia nelle quali non si tratta di arbitrare tra due parti e la legge ha la funzione di una regola sociale laica, ma là dove il processo sembra affrontare, più che un arbitraggio di torti e ragioni, un ristabilimento di superiori verità, trascendenti la figura del reo e del danneggiato. La comunità è retta da regole precise e rigorose, che vanno rispettate: l’uccisione di una persona è sempre un omicidio, e questa trasgressione, dalla quale bisogna difendersi, richiede la necessaria punizione, mentre i motivi della condotta saranno considerati al momento della condanna mediante le  circostanze aggravanti o attenuanti e altre valutazioni del genere.
Non sto qui a riportare  le discordanti opinioni sull’uso di coloro che, per agevolare gli organi dello Stato preposti alla repressione, confessano le proprie colpe e, in cambio di benefici giuridici ed economici, “informano” delle colpe altrui, che sono sconosciute agli apparati dello Stato.
Si tratta  di delatori tout court, l’uso dei quali Cesare Beccaria riteneva che fosse un male minore, benché considerasse il ricorso al tradimento degli scellerati uno degli  “espedienti delle nazioni deboli, le leggi delle quali non sono che istantanee riparazioni di un edificio che crolla da ogni parte”. Aggiungeva: “…ma invano tormento me stesso per distruggere il rimorso che sento autorizzando le sacrosante leggi, il monumento della pubblica confidenza, la base della morale umana, al tradimento e alla simulazione”.
Molteplici elementi giustificano l’avversione contro i metodi del “pentitismo”, gestiti, più di quanto non si creda, dagli stessi criminali: uno dei quali si manifesta attraverso le narrazioni di inveterati delinquenti, ormai fuori dai giochi, che lanciano accuse destinate a finire sui giornali e diffuse dalla televisione. Solo magistrati tecnicamente attrezzati e insensibili alle suggestioni dello scoop riescono a dimostrare, spesso con ritardo, la falsità delle accuse, ma l’obiettivo dei registi del malaffare è nondimeno raggiunto: il fango giunge  a destinazione, con conseguenze facilmente immaginabili per la persona colpita nell’onore, nel prestigio, nella libertà, nel patrimonio.
In questo modo, la malavita sfrutta le opportunità offerte dalle leggi e attua la propria giustizia, anche se nella bilancia utilizzata, uno strumento che la vecchia camorra napoletana scelse come emblema, i piatti non raggiungono mai l’equilibrio, essendo i pesi alterati dalla prava personalità di coloro che li forniscono.

Francesco Nuzzo

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