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Pizzo chiesto a commercianti cremaschi, una condanna e quattro assoluzioni

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Nove anni, sei mesi e 3.000 euro di multa per Fortunato Marzio, 60 anni, nato a Taranto e residente a Caravaggio, detenuto nel carcere di Opera, dichiarato “delinquente abituale” e condannato per due episodi di tentata estorsione e per uno andato a segno ai danni di commercianti cremaschi a cui chiedeva il pizzo. Così ha deciso il collegio dei giudici composto dal presidente Pierpaolo Beluzzi e dai giudici a latere Christian Colombo e Tiziana Lucini Paioni, che ha invece emesso sentenza di assoluzione nei confronti degli altri quattro imputati.

E’ l’operazione “Vagnari u pizzu” (Bagnare il becco), portata a termine il 20 dicembre del 2012 con l’arresto di sette persone, sei italiani e uno straniero, che secondo l’accusa si fingevano affiliati al clan dei Mancuso. Un’inchiesta, quella cremasca, connessa ad una maxi indagine milanese su un’articolata organizzazione criminale che aveva visto coinvolto anche l’ex assessore alla casa di Regione Lombardia Domenico Zambetti.

Dei sette, in cinque sono finiti a processo: oltre a Marzio, per il quale il pm Laura Patelli aveva chiesto una pena di 10 anni e 3.000 euro di multa, davanti al giudice c’erano Vladimir Moldovean, 50 anni, romeno, domiciliato a Caravaggio, Carmine Palmieri, 47 anni, nato a Crotone e residente a Vaprio d’Adda, in provincia di Milano, detenuto nel carcere di Voghera, Salvatore Farsetta, 45 anni, nato a Catanzaro e residente a Treviglio, e Francesco Russi, 63 anni, nato a San Severo e residente a Gorgonzola. Per Palmieri, il pm aveva chiesto una pena di 7 anni e 6.500 euro di multa; per Moldovean 5 anni e 1.500 euro per un solo episodio di tentata estorsione; per Farsetta l’assoluzione per un episodio di tentata estorsione, mentre 5 anni, 10 mesi e 2.500 euro di multa per un altro; per Russi, infine, l’assoluzione. Da una delle vittime, Russi non era stato riconosciuto in aula. Neppure gli altri imputati, a parte Marzio, chiamato “il mafioso”, erano stati riconosciuti o, come hanno sottolineato gli avvocati della difesa, non corrispondevano alle descrizioni fornite dai commercianti. La motivazione della sentenza sarà depositata entro 90 giorni.

“Non ho minacciato nessuno”, ha detto oggi in aula Fortunato Marzio rispondendo ad una domanda del pm che gli chiedeva di spiegare perché tutte le vittime avevano fornito su di lui la stessa versione. Da parte sua, l’avvocato della difesa ha parlato di “rapporti consolidati tra l’imputato e le persone offese, ma nessuno ha denunciato il signor Marzio. Avevano timore perché minacciati? No, tutti navigavano in acque un po’ torbide”. “Non c’è legame tra il mio cliente e la famiglia Mancuso”, ha continuato il legale. “Marzio fa sicuramente parte di un sottobosco che si snoda tra lecito e illecito, ma ciò non basta per provare gli episodi estorsivi”.

A dare avvio alle indagini era stata una prima denuncia per tentata estorsione sporta dal titolare di una pizzeria di Crema nel gennaio del 2011. Da qui la scoperta di altri episodi ai danni di un negozio e di una cooperativa operante nella fornitura di lavoro temporaneo. A fatica, a causa dei tanti “non ricordo”, una delle vittime, un commerciante cremasco, aveva raccontato che Marzio, suo cliente “da vent’anni”, si era presentato in negozio dicendo che c’erano persone che volevano del denaro, 40.000 euro. “Marzio ha nominato la famiglia Mancuso”, aveva spiegato il teste, ma io ho pensato ad uno scherzo”. Successivamente l’esercente aveva ricevuto altre visite dell’imputato che gli aveva detto che i Mancuso gli chiedevano 30.000 euro, poi in un’altra occasione, 15.000. “Ho detto a Marzio, che si era offerto di pagare lui, che non avrei mai pagato e che nemmeno lui doveva farlo”. Alla fine, però, il cliente ‘amico’ gli aveva comunicato che aveva pagato per lui e che ora era lui a dovergli del denaro. E in un’occasione gli aveva detto: “Ora mi faccio dare i soldi dai Mancuso, così loro ti incendiano il negozio”. A quel punto il commerciante, molto spaventato, si era rivolto alla polizia.

In aula era stata sentita anche la testimonianza della moglie del titolare di una pizzeria di Crema. La donna aveva parlato di un episodio accaduto in pizzeria la sera dell’Epifania del 2011, quando erano entrate due persone che chiedevano dei titolari. “Ho chiesto poi a mio marito”, aveva detto la teste, “e lui mi ha detto che volevano dei soldi. Uno dei due gli ha detto: ‘gli amici in carcere vogliono i soldi’. Mio marito ha chiesto spiegazioni, ma loro gli hanno risposto: ‘non ti interessa chi siamo, ma bisogna pagare, altrimenti facciamo saltare tutto”.

Vittima del reato più grave, quello di estorsione consumata, era stato un indiano residente a Sergnano, nel 2010 titolare di una cooperativa. L’uomo era stato minacciato di morte sul luogo di lavoro. Doveva pagare, altrimenti gli avrebbero bruciato l’attività. Momenti terribili, quelli ripercorsi in aula, momenti nei quali l’indiano aveva visto in pericolo persino l’incolumità della propria famiglia. ‘Abbiamo visto tuo figlio sul balcone che giocava. Aveva la maglietta rossa, è proprio un bel bambino’, si era sentito dire. La vittima aveva raccontato delle telefonate intimidatorie e dei soldi consegnati in contanti: prima 5000 euro, poi altri 2000, poi ancora 4000 euro pagati nel settembre del 2010 e altri 3500 euro consegnati qualche mese più tardi.

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