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Provincia: 230 dipendenti di troppo e una domanda: chi accenderà il riscaldamento nelle scuole da gennaio?

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A sinistra la sede principale della Provincia; a destra uno degli spazi da poco recuperati ad uso uffici nell’ex convento di S. Monica in via Bissolati. Che fine faranno?

Sarebbero 230 – cifra ancora molto teorica anche se pubblicata questa mattina dal Sole24Ore – i dipendenti della Provincia di Cremona che dovrebbero essere dirottati in altri enti pubblici a seguito del pasticcio determinato dalla Legge di Stabilità che ha  modificato in maniera sostanziale i criteri fissati a suo tempo dalla Legge Delrio. Trascurando il fatto che il processo di dislocazione delle funzioni (e del personale) è ancora molto indietro, causa la riluttanza delle Regioni a farsene carico in mancanza di trasferimenti finanziari.   Per domani, martedi 16 dicembre è attesa tra l’altro una pronuncia di Roberto Maroni nel merito. La cifra viene fornita dal quotidiano economico, edizione del lunedì e rappresenta il ‘tributo’ che la Provincia di Cremona è chiamata ad offrire all’altare del taglio alla spesa pubblica: 20 mila posti in tutta Italia, tra il personale delle  “Aree vaste” e delle città Metropolitane delle regioni a statuto ordinario. Quelle a  statuto speciale (Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia) continuano più o meno tranquillamente la loro esistenza.

Secondo le tabelle del Sole, desunte dall’Upi – Unione Province Italiane – è la Provincia di Cosenza quella che potrebbe avere il maggior numero di esuberi (eccettuata Roma, che fa storia a sé)  in base ai tagli imposti dalla legge finanziaria e alle nuove, ridotte attribuzioni delle Aree Vaste: ben 514 persone, per una spesa di 23,2 milioni. Cremona, con i suoi 230 dipendenti, vale ‘appena’ 9,6 milioni di euro. La provincia lombarda con il maggior numero di esuberi sarebbe Milano (499 persone per 23,6 milioni di spesa), seguita da Brescia (399, 16,7 milioni) e da Bergamo (299, 12,7 milioni). Roma, per l’appunto: secondo il Sole24 Ore, gli 837 dipendenti della Provincia (valore economico: 38,9 milioni) non avrebbero grosse difficoltà a trovare collocazione, “vista la dimensione della Pubblica amministrazione nella Capitale”.

Come si diceva, la legge di stabilità sta accelerando i tempi della Delrio in merito alla riattribuzione delle funzioni: difatti per il 2015 le Province sono chiamate  ad effettuare tagli per 1 miliardo, altri 2 nel 2016, e 3 nel 2017. Già allo stato attuale la Provincia di Cremona si è vista dimezzare  le proprie risorse (precisamente il 47% secondo il Sole)  negli ulitmi 4 anni (dal 2010), pari a 16 milioni, 44 euro per ciascun abitante. Risorse dimezzate, personale dimezzato e difatti quota 230 rappresenta poco più della metà degli attuali dipendenti a tempo indeterminato. Per quelli con contratti a termine il destino è ancora più incerto. E intanto nessun legislatore sembra chiedersi quello che i dipendenti provinciali hanno denunciato nell’ultima assemblea della scorsa settimana: chi accenderà il riscaldamento nelle scuole superiori dal 1 gennaio? Chi riparerà le buche nelle strade? chi gestirà i centri per l’impiego (ex uffici di collocamento); chi seguirà gli incentivi alle imprese e ai lavoratori per le assunzioni e le anticipazioni degli ammortizzatori sociali? chi autorizzerà gli impianti industriali e relative emissioni? chi farà i progetti per lo smaltimento amianto dai tetti delle scuole? e molto altro ancora.

Quello del personale è l’aspetto più preoccupante delle scelte del governo Renzi ma non l’unico. Il rischio di default degli enti di area vasta potrebbe innescare un processo di svendita del patrimonio pubblico, che mai si era verificato prima d’ora: l’immobile di Toscolano Maderno, valutato 13,8 milioni di euro (ma secondo altre stime quasi 17 milioni, in virtù della posizione appetibile sulle sponde del lago di Garda) sta per essere venduto, probabilmente già in settimana. In vendita, tra l’altro, anche l’ex convento di s. Monica in via Bissolati, in parte già ristrutturato proprio dalla Provincia per farne uffici ma nel contempo operazione di salvaguardia di un importante pezzo di storia cittadina che oggi resta soltanto uno spreco.

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