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Provincia, salta la vendita di Maderno Patto di stabilità sforato

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foto Sessa

Non è andata buon fine la vendita dell’ex sanatorio di Toscolano Maderno. Una vendita che avrebbe potuto fruttare 13,8 milioni di euro e che fino all’ultimo era data per possibile. La notizia è stata data oggi in consiglio provinciale dal consigliere delegato Davide Viola, nell’illustrazione delle variazioni di bilancio. Nella stessa seduta è stato anche approvato lo statuto del nuovo ente di Area Vasta, anche se lo stesso presidente Vezzini ha detto che sarà difficile governarlo con i tagli che incombono da qui ai prossimi tre anni. Un bilancio ormai ridotto all’osso, quello dell’amministrazione provinciale, che rischia seriamente il default, ossia l’impossibilità a tenere in equilibrio i conti. Il fatto che buona parte delle province italiane si trovi in questa situazione potrebbe indurre il Governo a riconsiderare le misure previste per gli enti che sforano. Le misure punitive sono di natura finanziaria e riguardano anche l’impossibilità a rinnovare i contratti a tempo determinato che scadono a fine anno. Non solo l’immobile di Maderno: anche un altro tentativo di vendita di patrimonio posta in atto dalla Provincia nelle ultime settimane, le azioni dell’A21, è andato a vuoto.

Presenti in Consiglio c’erano anche alcuni dipendenti, seriamente preoccupati per il loro futuro, oltre alle rappresentanze sindacali di Cgil, Cisl e Uil, che hanno ribadito la richiesta – già fatta in mattinata – che l’organo politico si faccia sentire presso tutti i tavoli istituzionali possibili. “Questa riforma così pasticciata ha un nome e un cognome”, ha detto Paolo Abruzzi, sindaco di Sospiro. Intervenuto anche Gianni Rossoni: “Il personale è legittimamente preoccupato, ma lo siamo anche noi e al momento siamo impotenti. Siamo in una fase di work in progress, finché non verrà approvato l’emendamento”. Dunque tutto si sta decidendo a Roma, dove il nodo della collocazione di 20mila dipendenti delle Province è stato inserito nel calderone di un maxi emendamento  governativo alla legge di Stabilità, che difficilmente verrà discusso, ma approvato insieme a centinaia di altre norme, probabilmente a notte fonda. Lunedì è prevista una riunione in Regione con l’unione province lombarde, per definire almeno a livello locale che attuazione dare alla legge Delrio sulla base degli esiti della Finanziaria.

Poche per ora le reazioni politiche alle dure prese di posizione nei confronti del governo Renzi, emerse dai che si sentono traditi e abbandonati, e dallo stesso presidente della Provincia Carlo Vezzini. Soprattutto mancano prese di posizione e spiegazioni da parte dei parlamentari Pd, che fino ad oggi hanno, per necessità o convinzione, dovuto difendere la riforma Delrio.  Il sindaco di Piadena Ivana Cavazzini ha detto che l’applicazione concreta di quella legge si sta rivelando impossibile da praticare, pur avendone condiviso i presupposti. “E quando un’idea fa dei danni, rispetto a come la si era pensata, bisogna cambiarla nei tavoli opportuni”’.

Sulla stessa falsariga anche Carlo Malvezzi, consigliere regionale Ncd: “E’ corretta la scelta di ridefinire l’architettura istituzionale dello Stato attraverso le riforme, ma serve farlo nel rispetto dei lavoratori e dei cittadini. Oggi, l’approccio pasticciato, frettoloso e approssimativo usato da Renzi nei confronti del personale delle Province italiane dimostra tutto il suo limite”. “A pochi giorni dalla fine dell’anno – continua Malvezzi – non si comprende quale sarà il destino dei lavoratori delle Province né tantomeno quali servizi saranno svolti dalle stesse Province, dalle Regioni e dai comuni. Anche la proposta di trasferimento di migliaia di dipendenti alle Regioni senza garantire le adeguate risorse la dice lunga sulla poca serietà e sul poco rispetto verso le istituzioni e i lavoratori coinvolti. Per queste ragioni esprimo solidarietà, vicinanza e sostegno ai dipendenti delle Province e assicuro il mio personale impegno attraverso le relazioni istituzionali e politiche affinché si faccia chiarezza con la massima urgenza per superare questa situazione di impasse”.

Tra le assurdità evidenziate dai sindacati riguardo le norme di finanza pubblica relative alle Province, c’è quella che riguarda la prevista messa in mobilità dei dipendenti, a cui andrebbe per due anni l’80% dello stipendio: una modalità che dalle aziende private è stata trasferita nel pubblico impiego, con la differenza che il datore di lavoro e l’erogatore degli ammortizzatori sociali in questo caso è lo stesso, sempre lo Stato.

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