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L’Isis ci vuole invadere Cosa possiamo fare?

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Il terrorismo islamico non ci dà tregua. Abbiamo il Califfato a 400 chilometri. Sirte è caduta nelle mani degli amici di al Baghdadi, a Copenaghen un giovane islamico ha sparato in una caffetteria poi in una sinagoga (lo hanno ammazzato dodici ore dopo), la nostra Guardia costiera è stata minacciata dagli scafisti che non la vogliono tra i piedi. Per ora stanno vincendo loro. L’Europa latita, non c’è, è in mano a burosauri che ancora sottovalutano il rischio; impiegatucci che non hanno ancora capito che c’è una guerra globale ad un passo da casa nostra. L’Isis esiste da oltre 10 anni, da quando gli americani hanno invaso l’Irak. Loro si sono dati daffare mentre noi cincischiavamo nei talk show di Santoro o di Vespa  (lascio stare la Bignardi per pietas professionale).

Il 29 giugno scorso Al Baghdadi ha proclamato la nascita del Califfato. L’altro giorno i ragazzi della bandiera nera ci hanno avvisato: “Siamo a Sud di Roma”. Visto le risposte dei nostri governanti  – impegnati perlopiù negli affari (loro) –  è lecito preoccuparsi. L’Isis è entrata in Siria, Irak, nel Maghreb, Mali, Somalia, Tunisia, Yemen, persino nelle lontane Filippine, in Indonesia. In Nigeria è targata  Boko Haram, in Pakistan gli sgozzatori sono un tutt’uno coi Talebani, in Cecenia e Daghestan con l’Emirato del Caucaso. Da noi la cosa più importante, almeno fino a domenica scorsa, è sembrata essere la Carta (riscritta a colpi di maggioranza) nella latitanza di giuristi, popoli viola e giornaloni; con contorno di  beghe interne agli schieramenti, figlie di rivalità personali, vecchie ruggini, lotta per le poltrone. Da sabato 14 febbraio siamo in guerra ma lorsignori non se ne sono accorti (abbastanza). I tagliagole ci hanno avvisato dalla Radio Al Bayan, l’emittente di Mosul che è la voce ufficiale del Califfato. Sono stati chiari, hanno citato Paolo Gentiloni definendolo “ministro degli esteri dell’Italia crociata” e accusandolo di aver annunciato la decisione dell’Italia “di unirsi alla forza guidata dalle Nazioni atee (cioè le Nazioni unite) per combattere lo stato islamico”. E noi come abbiamo risposto? Renzi ha detto: “L’Italia è pronta a fare la sua parte”.

La Libia brucia da un anno, i nostri connazionali sono scappati, idem l’ambasciatore. E’ scappato persino Bruno dal Mosso, 81 anni, lo storico custode dei resti italiani al cimitero di Tripoli, era lì da trent’anni, ha abbandonato col cuore spezzato. I decapitatori imbottiti di droga sono ormai ovunque. Che fare? E’ vero che all’estero l’Italia guidata da Renzi non conta niente, infatti sulle questioni delicate non ci interpellano nemmeno. Eppure in cattedra c’è la Mogherini, una connazionale responsabile esteri della Ue; quando ce l’hanno presentata sembrava un fenomeno, ora tace (e forse è un bene). Cionostante qualcosa si può – si deve! – fare. Anzitutto  proclamare lo stato di massima allerta, ordinare un blocco navale al limite delle nostre acque territoriali, mettere fine agli sbarchi di clandestini, controllare (davvero) porti e strade, chiudere (a tempo) le moschee e le scuole coraniche, oscurare i siti che gridano alla guerra santa, ritirare il passaporto ai terroristi islamici italiani e quelli che sono già partiti per sostenere il Califfo che se ne stiano là. E poi espellere i predicatori d’odio, bloccare i finanziamenti  alle istituzioni islamiche, rimpatriare i detenuti stranieri delle nostre carceri, come dice Magdi Cristiano Allam, uno che conosce bene loro e noi. Sennò rassegnamoci all’attesa dei missili e degli attentati islamici. Speriamo che il nostro governo  non abdichi alle responsabilità che ci derivano dal ruolo che il nostro paese ha nel Mediterraneo.

Enrico Pirondini

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