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Banda di moldavi, riunioni a casa del capo e nel mirino anche un pittore

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“Si tratta di operazioni ‘seriali’ dispiegatesi, con modalità sempre identiche e stile quasi ‘militare’, in varie regioni del nord Italia, la prima delle quali avvenuta nell’autunno del 2013”. Lo scrive il giudice per le indagini preliminari Guido Salvini in un passaggio delle 95 pagine di ordinanza relativa all’operazione dei carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Cremona contro una banda di moldavi dedita ai furti (soprattutto ai danni di negozi) in mezza Italia. Solo alcuni degli episodi contestati hanno avuto obiettivi diversi dagli esercizi commerciali specializzati nell’elettronica (Mediaworld in particolare). In un caso ad esempio nel mirino è finito un negozio di bicicletta da corsa e in un altro un negozio di scarpe Pittarosso. E nell’elenco degli episodi contestati anche un tentativo di furto, fallito per la presenza di luci accese nell’abitazione della persona offesa, ai danni dell’atelier annesso alla casa del pittore Alfonso Borghi a Campegine, in provincia di Reggio Emilia. Si calcola che il danno commerciale complessivo sia di  770.000 euro, senza contare quello logistico causato alle singole strutture violate e il valore degli autoveicoli rubati da usare per le incursioni. “Ciò evidenzia”, fa notare il giudice, “il considerevole circuito economico che si sviluppa sul mercato clandestino e la capacità da parte degli indagati di monetizzare proventi illeciti, oltreché il loro sicuro inserimento in un contesto criminale ben più vasto e di certo transnazionale”.

L’episodio da cui è partita l’indagine è un furto commesso il 26 settembre del 2013 a Gadesco Pieve Delmona. Dalla visione dei filmati del sistema di videosorveglianza i carabinieri hanno accertato che il colpo è stato commesso da un gruppo composto da almeno otto uomini, sette dei quali autori materiali del furto e l’ottava con ogni probabilità all’esterno in funzione di palo. Il gruppo, introdottosi all’interno dello stabile attivo nella rivendita di prodotti elettronici, dopo aver scardinato le inferriate degli uffici, ha asportato strumentazione high tech per un valore di 94.500 euro. La refurtiva è stata caricata su due automezzi: un Fiat Doblò con barre portaoggetti sul tettuccio e un Mitsubishi bi-color, con i quali gli autori si sono allontanati senza lasciare tracce.

Gli indagati hanno dimostrato un’incredibile mobilità sul territorio nazionale e la capacità di compiere furti seriali con profitti ingenti. Per tale scopo hanno usato false generalità, a volte con più alias, e gli inquirenti  sono riusciti a risalire alla loro esatta identificazione  proprio attraverso l’analisi degli alias e alla ricostruzione temporale dei controlli sul territorio. Non meno importanti sono state le intercettazioni telefoniche. Gli accertamenti hanno documentato, tra le altre cose, la preparazione e l’esecuzione di furti a Modena, Vicenza, Ravenna e Montichiari. Nel corso delle indagini si è proceduto al sequestro di mezzi rubati, arnesi da scasso, passamontagna e guanti usati e poi abbandonati.

Per il gip Salvini “il sodalizio tra gli indagati non è improvvisato, ed è anzi costantemente sviluppato secondo un programma sequenziale prestabilito. Non si riunivano occasionalmente per impostare ed attuare i piani delittuosi, ma si attenevano ai ruoli loro assegnati secondo le direttive del capo”.

Secondo l’accusa il compito del capo, un moldavo di 29 anni residente a Viadana, nel Mantovano, era quello di individuare gli obiettivi, pianificare le azioni criminose, scegliere e determinare le strategie delittuose, impartire direttive agli associati, eseguire sopralluoghi e partecipare materialmente all’esecuzione di singoli furti. Un connazionale di 42 anni residente a Parma è ritenuto il gregario, incaricato di vari ruoli: eseguire sopralluoghi e valutare gli obiettivi da colpire, condurre l’auto utilizzata per compiere i sopralluoghi, fare la ronda e la vedetta durante l’esecuzione dei furti, partecipare materialmente all’esecuzione di singoli furti, effettuare la scorta e fungere da apripista ai mezzi rubati durante gli spostamenti. Altri, tra i vari compiti, dovevano offrire supporto logistico per ospitare, prima e dopo le azioni delittuose, i componenti senza fissa dimora che venivano scelti e convocati dal capo per custodire gli automezzi e gli autoveicoli rubati, custodire materialmente la cassa comune, tenere i contatti con i ricettatori dei beni provento dei furti, custodire gli attrezzi da scasso e la refurtiva.

Tutti gli arrestati, come disposto dal gip Salvini, sono in carcere. C’è infatti sia il rischio di reiterare il reato che quello di fuga. Nell’ordinanza, il giudice parla di “un gruppo organizzato legato da vincoli di solidarietà e di fedeltà reciproca”, e “di conseguenza”, si legge, “appare assolutamente necessario ridurre al minimo la possibilità di versioni concordate e di pressioni e condizionamenti su ciascun indagato”. Sul pericolo di fuga: “Gli indagati hanno la sicura possibilità di procurarsi documenti romeni e/o bulgari con false generalità che hanno già usano in vari controlli di polizia”, “essi inoltre  tendono a ‘nascondersi’ continuamente e ad adottare contromisure che li tutelano dai controlli (anche attraverso l’uso di utenze telefoniche quasi mai intestate ai reali usuari e l’impiego di canali di comunicazione non immediatamente intercettabili, come Skype e/o social network russi)” e hanno “un’elevatissima capacità di spostamento; possono senza difficoltà e rapidamente raggiungere le frontiere est d’Italia, nonché gli aeroporti per voli verso la Moldavia”.

LE RIUNIONI ORGANIZZATIVE A VIADANA O A CARPI – Le riunioni per le preparazioni dei furti, secondo quanto si legge nell’ordinanza, erano sempre convocate dal capo, talvolta presso la propria abitazione di Viadana, oppure in quella di un 30enne moldavo residente a Carpi. Per indire gli incontri, il capo usava il verbo “mangiare”, o la locuzione “mangiamo insieme”.  Nel passaparola tra gli indagati si usava anche dire “andiamo a mangiare” oppure “i ragazzi mangiano insieme”.

“I partecipanti”, è scritto nell’ordinanza, “hanno dimostrato anche notevole attenzione nello scambiarsi informazioni a mezzo telefono ed è lo stesso capo ad alzare sempre la soglia d’attenzione in ordine alle accortezze da adottare nelle conversazioni e nella messaggistica. Essi infatti si affidano a Skype e Facebook con profilo russo; per tale motivo le comunicazioni captate dai carabinieri sono solo una parte delle informazioni scambiate tra gli indagati”.

“Lo studio degli alias e i controlli del territorio sui mezzi, insieme al percorso autostradale nelle fasi che precedono e seguono i furti in esame, offrono piena prova della costante e non casuale frequentazione degli indagati e permette di ascrivere loro il reato associativo”, è evidenziato nell’ordinanza.

Giovedì i primi interrogatori davanti al gip.

Sara Pizzorni
Michele Ferro
redazione@cremonaoggi.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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