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Bracchi-Lazzarinetti, la ‘guerra dei mobili’ Giudice consiglia accordo

tribunale

Il commercialista Italo Bracchi e la figlia Simona, avvocato, accusati di appropriazione indebita. Il commercialista Alfredo Azzini accusato di ricettazione. La causa sulla “guerra dei mobili” dell’ex studio associato Bracchi Lazzarinetti è stata discussa davanti al giudice Francesco Sora. Secondo la procura Bracchi si era appropriato degli arredi dello studio (di proprietà comune con Lazzarinetti) e gli aveva venduti (“in assenza dell’autorizzazione del comproprietario”) alla Gecofi srl: azione “da ritenersi fittizia e finalizzata a sottrarre i beni alle azioni esecutive dei creditori”. Azzini, nuovo socio di Bracchi, “quale amministratore della Gecofi srl, al fine di procurarsi un profitto o comunque di procurarlo ad Italo Bracchi”, è invece accusato di aver “acquistato i beni provenienti dal delitto di appropriazione indebita”. Simona Bracchi, infine, è accusata di essersi appropriata, in particolare, degli arredi presenti nella sua stanza: “Beni di proprietà comune di Italo Bracchi e di Lazzarinetti di cui aveva il possesso in quanto avvocato svolgente la professione all’interno dello studio”; si sarebbe anche opposta all’ufficiale giudiziario arrivato per il pignoramento degli arredi: “Impedendo così al pubblico ufficiale di portare a termine le procedure previste”.

La “guerra dei mobili” ha radici nel caso ammanchi; caso, scoppiato nel 2005, che ha visto il ragioner Lazzarinetti patteggiare quattro anni e otto mesi per peculato e falso, per aver sottratto oltre 2,5 milioni dalle liquidazioni coatte amministrative e dalle procedure fallimentari. Stesse accuse, in concorso con Lazzarinetti, per Bracchi, condannato a cinque anni in primo grado e a quattro anni e sei mesi in appello per la sopraggiunta prescrizione dei reati di peculato fino al 1997 (pronunciamento della Cassazione il prossimo anno). Pignorati i mobili a Lazzarinetti durante l’indagine sul caso ammanchi: il ragionere (che si è costituito parte civile) aveva riferito agli ufficiali giudiziari la presenza di mobilia (sua proprietà al 50%) nello studio associato. Poi la scoperta degli ufficiali: la nuova società di Bracchi aveva venduto i mobili per pagare i debiti legati al crac.

Il giudice Sora ha consigliato alle parti di trovare un accordo per chiudere il procedimento. E il processo è stato aggiornato al 29 febbraio. “I mobili – ha raccontato Lazzarinetti al pm onorario Silvia Manfredi – erano tutti stati acquistati con fatture intestate allo studio Bracchi, del quale io ero socio al 50%. Nessuno mi aveva informato che i mobili erano stati venduti alla Gecofi, una società di elaborazione dati di Azzini e dello stesso Bracchi, così ho sporto denuncia”.

 

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