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Iori, "Sono innocente"L'alibi: "Ho vagato quattro ore per Crema"

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Sopra, Iori in tribunale (foto Francesco Sessa)

Il presidente Massa e il giudice Beluzzi

 

Tredicesima udienza del processo contro Maurizio Iori, l’ex primario di Oculistica dell’ospedale di Crema accusato di aver ucciso l’ex compagna Claudia Ornesi, 42 anni, e la figlia Livia, di due anni, trovate cadaveri nel loro appartamento di via Dogali nell’estate 2011. Per la procura, morte provocata dall’oculista con un mix di Xanax (nel cibo) e gas (butano all’ottanta per cento e propano al venti per cento) erogato da quattro bombolette da campeggio posizionate nella camera da letto (nel corpo della mamma trovato anche del Valium).

Dopo 77 testimoni, 16 periti e 13 udienze, l’istruttoria dibattimentale è chiusa. La corte d’appello (presidente Pio Massa, a latere il giudice Pierpaolo Beluzzi e i giudici popolari) ha rinviato al 9 gennaio del prossimo anno per le conlusioni del pm Aldo Celentano e degli avvocati di parte civile Eleonora Pagliari e Marco Severgnini. Il 10 gennaio toccherà agli avvocati difensori Cesare Gualazzini e Marco Giusto. Successivamente verrà fissata la data della sentenza.

Dal riconoscimento della figlia Livia alla cena con Claudia nella casa di via Dogali, fino ad arrivare al lungo girovagare per le vie di Crema. Poi il rientro a casa e il giorno dopo, quando è venuto a sapere della tragedia. Oggi, per un’ora e nove minuti, Maurizio Iori ha raccontato la sua verità. Solo alla fine, per la prima volta, ha dichiarato la sua innocenza.

IORI PARLA DELLA LETTERA CHE CLAUDIA GLI AVEVA CONSEGNATO E NELLA QUALE GLI CHIEDEVA DI ESSERE UN PADRE PRESENTE PER LIVIA

Nelle sue dichiarazioni spontanee, l’imputato è partito dal 7 ottobre del 2008, “quando Claudia mi si è presentata con la nota lettera nella quale mi esortava al riconoscimento”. “Claudia si è scusata”, ha raccontato Iori, “dicendomi di non offendermi, che lei non avrebbe voluto ma che era stata quasi costretta da sua sorella”. “Era assodato che avrei riconosciuto Livia”, ha continuato l’imputato. “Quando mi ha dato la lettera ero indispettito, ma mi è passata subito” (secondo le testimonianze sentite in aula, invece, lui l’aveva minacciata dicendole: “non creare casini, altrimenti te la faccio pagare a te e a quella lì”, indicando la pancia”). “Poi abbiamo parlato della parte economica e abbiamo concordato che io le avrei passato 300 euro al mese dal momento della nascita. Un bonifico che poi io ho portato a 400 euro”.

IL RICONOSCIMENTO DI LIVIA

Iori con i suoi legali Gualazzini e Giusto

 

“Ho riconosciuto Livia al suo terzo giorno di vita”, ha raccontato il medico, che ha spiegato il motivo per cui la bambina era stata fatta nascere a Lodi. Nel dibattimento è emerso che Iori aveva imposto a Claudia di partorire lontano da Crema per evitare che in ospedale si sapesse che Livia era sua figlia, mentre per l’imputato le cose sono andate così:  “Anche Ambra, la mia prima figlia (la primogenita avuta dal primo matrimonio, n.d.r.), è nata a Lodi, dove c’è il travaglio indolore in acqua e anche l’epidurale. Luca, il mio secondo figlio, è invece nato a Crema perché conoscevamo la ginecologa, e anche Margherita (la figlia avuta dalla seconda moglie, n.d.r.) è nata a Crema perché io conoscevo il chirurgo. Claudia era interessata all’epidurale, ecco perché è andata a Lodi. Non c’era alcun motivo di riservatezza, lo sapeva lei stessa, lo sapevano tutti”. “Tutti i miei figli devono avere il mio cognome”, ha continuato l’imputato, “e con Livia volevo essere tempestivo nel riconoscimento”. “La riservatezza di cui si è tanto parlato”, ha spiegato, “era dovuta a due soli motivi: che la mia ex moglie lo venisse a sapere solo dopo la firma del divorzio, e poi per mia madre. Quando mi sono separato ho vissuto con mia madre e con i miei primi due figli. L’integrazione di Livia sarebbe avvenuta successivamente. Avevo programmato dopo l’asilo, quindi neanche tanto in là, e avrei dato il tempo a mia madre di metabolizzare la presenza dell’altra mia figlia Margherita. In questo senso avevo preparato l’integrazione di Livia”. “Per Claudia”, ha raccontato Iori, “le esigenze di riservatezza che si sono tanto sbandierate erano perché a lei giustamente pesava avere una bambina senza un compagno e anche perché odiava i pettegolezzi”.

LIVIA AVEVA LO STESSO TRATTAMENTO DEGLI ALTRI FIGLI. “NON SO COSA BISOGNA FARE DI PIU’ PER ESSERE UN PADRE BUONO, BRAVO E GIUSTO”

Il pm Celentano

“Andavo a trovare Livia tutte le settimane”, ha raccontato l’ex primario, “ho fatto mettere il mio cognome sul citofono, non ho mai avuto alcun problema. I miei compagni di sventura, come chiamo io i detenuti, mi hanno dato un grande insegnamento: ‘se tu te ne fossi fregato’, mi hanno detto, ‘saresti stato sì una cattiva persona, ma non ti saresti trovato in questa situazione’”. “Ci sono padri che se ne fregano dei figli”, ha continuato l’imputato, “non so cosa bisogna fare di più per essere un padre buono, bravo e giusto”. “Avere un figlio”, ha detto, “è la cosa più bella del mondo, il senso della mia vita è lavorare per mantenere i figli. Livia aveva lo stesso trattamento economico e di tempo degli altri. Certo, vedevo un po’ di più Ambra e Luca, con loro ho avuto un rapporto affettivo più intenso, ma per Livia, anche se il tempo era minore, era di maggior qualità”.

LE BOMBOLE? “PERCHE’ LIVIA SI ALIMENTASSE CORRETTAMENTE”

Claudia Ornesi e Livia

Per mesi la difesa di Maurizio Iori ha sostenuto che Livia era inappetente, mentre tutti i testimoni, compresa la pediatra, hanno riferito che la bambina mangiava di tutto.
Con la memoria, Iori è tornato al 2010 e alle vacanze con Claudia e Livia a Pinarella. “A quel tempo Livia si alimentava con pappa e latte”. “In vacanza, però”, ha sottolineato il medico, “i bambini si distraggono, magari al ristorante uno piange, poi piangono tutti. Se poi dalla spiaggia si passa ad una sala climatizzata viene sonno, i bambini si addormentano. Nel 2010 Livia aveva avuto una bronchitina, l’intestino era scombussolato e la dieta era da cambiare. Per questo motivo c’era bisogno di un’alimentazione giusta. E’ importantissimo. Mia madre, che è pediatra, mi ha catechizzato su queste cose. E quindi con Claudia ci eravamo chiesti cosa fare l’anno dopo. L’anno dopo Iori aveva prenotato le vacanze al mare a Cattolica all’hotel Tiffany’s, specializzato per famiglie e bambini. E aveva acquistato le quattro bombole “perchè volevo essere sicuro che durassero per tutta la vacanza”.

GLI ACQUISTI

Gli avvocati di parte civile Pagliari e Severgnini

“Il 16 luglio”, come ha riferito Iori, “sono andato all’Apple Center di Carugate dove sono stato un sacco di volte” (quel giorno e a quell’ora, però, il medico risultava in ospedale, visto che non aveva timbrato il cartellino elettronico di uscita). “A Carugate c’è un supermercato grande”, ha spiegato. “Ho trovato le bombole, ma non i fornelletti”. Tre  fornelletti, Iori li comprerà quello stesso giorno al  Bennet di Pieve Fissiraga, in provincia di Lodi. “Quando li ho fatti vedere a Claudia”, ha raccontato, “mi sono accorto che mancava un fornelletto”. Claudia, però, gli aveva chiesto spiegazioni del perchè li avesse comprati. In aula Iori ha detto di non sapere che i fornelletti fossero monouso e che una volta applicati sulla bombola non avrebbero più potuto essere tolti.

Il quarto fornelletto Iori  lo acquisterà ugualmente il 19 luglio successivo sempre al Bennet di Pieve Fissiraga. L’imputato ha poi riferito di essersi recato in ospedale alle 14, di essersi spostato in ambulatorio e poi di aver raggiunto il supermercato Famila di Crema dove aveva comprato due confezioni di sushi. “Una l’ho mangiata subito”.

L’ALIBI: UN BUCO DI QUATTRO ORE. “HO VAGATO PER LE VIE DI CREMA”

“Alle 19,30 del 20 luglio 2011, ha ricordato l’imputato, “mi ha telefonato mia moglie Laura (in quel periodo la donna era in vacanza a Rimini, n.d.r.) e io le ho detto che ci saremmo risentiti dopo un paio d’ore. Non le ho detto che stavo andando da Livia. Lei sapeva della situazione, sapeva che andavo, ma tra noi c’era un tacito accordo e normalmente non ne parlavamo”. Iori ha spiegato di essere uscito di casa con il quarto fornelletto e con il sushi, “dimenticando stupidamente a casa il cellulare”.

“Ho suonato il campanello di Claudia e sono salito”, ha raccontato l’imputato, che ha sottolineato di non aver mai avuto le chiavi dell’appartamento di via Dogali. “Quando ho fatto il rogito c’era anche Claudia”, ha sostenuto Iori. “La busta con dentro le chiavi l’ha presa lei. Io non le ho mai avute e non si può dimostrare il contrario. La casa l’ha scelta Claudia, io ho trattato solo la parte economica. Ero  comunque ben accetto in quella casa e non avevo bisogno di andarci se non c’era nessuno”.

L’imputato è poi tornato alla sera del 20. “Sono salito in casa e c’era Livia che stava finendo di mangiare. Erano da poco passate le 20. Abbiamo giocato per circa un’ora con alcuni giocattoli,  anche con dei pupazzetti che si mettevano sulle dita delle mani”. “Li ho regalati io a Livia”, ha detto, mentre in aula Paola Ornesi, la sorella della vittima, ha sobbalzato. “Ma se glieli avevo regalati io…”. “Andavo a trovare Livia”, ha continuato Iori, non andavo lì per cenare o pranzare con Claudia. Poi io e lei abbiamo mangiato il sushi, ma non le è piaciuto. L’ha mangiato, ma a fatica”.

Iori ha raccontato che ad un certo punto Claudia è tornata sull’argomento della famosa lettera. “Le ho dimostrato di essere più presente, tanto che si è accorta che andavo più spesso”. “In quel periodo”, ha ricordato l’imputato, “ero più libero, e l’ho detto anche a Claudia. Ambra e Luca erano in vacanza con la loro mamma e mia moglie era via con Margherita”.

E’ proprio in questo momento, come sostiene la difesa, che Claudia viene a sapere che Iori si era risposato, mentre i testimoni sentiti in aula hanno riferito che la donna ne era già al corrente, tanto che aveva scritto la lettera chiedendo al padre di sua figlia di essere più presente nella vita della piccola. Per Iori, invece, sarebbe stata proprio la parola moglie a far perdere le staffe a Claudia. “Si è arrabbiata tantissimo”, ha sostenuto il medico. “Livia si è attaccata alle mie gambe e Claudia non si calmava. Ad un certo punto ho visto che la mia presenza le dava fastidio. Anch’io ero molto turbato, non l’avevo mai vista così arrabbiata. Mi dispiace che quel litigio sia avvenuto davanti alla bambina. Poi le mi ha restituito il contenitore con i resti del sushi e mi ha chiesto di uscire”.

Iori, descritto dai vari testimoni della difesa come un gran camminatore, vagherà per le vie di Crema dalle 21 a mezzanotte/l’una. Sentito successivamente dagli inquirenti, però, dirà di essere stato al cinema alle 21 di quella sera e di aver visto il film “Le donne del sesto piano”. Non era vero. Il medico è infatti stato smentito dalle telecamere del cinema multisala Portanova.  “Ho buttato via il sushi e poi ho camminato a lungo”, ha detto oggi nelle sue dichiarazioni spontanee. “Dire esattamente il percorso sarebbe assurdo: di certo ho fatto il ponte sul fiume Serio, la Basilica di Santa Maria, i giardinetti e il centro. Ho cominciato a vagare e mi sono dimenticato di tutto. Di solito, per scacciare la frustrazione, anche quando sono in carcere cammino.

Poi sono tornato a casa, anche perché l’indomani avrei dovuto eseguire un intervento a Milano. A casa ho fatto la doccia, mi sono fatto la barba e quando sono andato in cucina ho visto il biglietto del vicino di casa e il messaggio della polizia”. La moglie, infatti, che lo aveva cercato invano più volte sul cellulare, aveva allertato il vicino di casa, che a sua volta, su richiesta della moglie di Iori, aveva chiamato la polizia. Sul tavolo della cucina, il vicino e gli agenti avevano trovato il cellulare in modalità silenziosa e la lettera di Claudia.

Quella sera Iori chiamerà la moglie all’una e venti di notte, poi la polizia e infine ancora la moglie, con la quale, dai tabulati telefonici, starà al telefono per 45 minuti. “Sono andato a letto stremato”, ha raccontato l’imputato. “La mattina dopo mi sono alzato e ho buttato via la lettera perché mia moglie mi aveva raccomandato di non lasciare in giro i fatti nostri”. Quella lettera, cercata dappertutto dagli inquirenti, non sarà mai più ritrovata.

IL GIORNO DOPO IORI VIENE MESSO AL CORRENTE DELLA MORTE DELL’EX COMPAGNA E DELLA FIGLIA

“Si è discusso se fossi dispiaciuto”, ha detto l’imputato. “Ovvio che lo ero. I figli danno un senso alla vita”. E ha aggiunto: “sono andato a lavorare subito, come ho fatto quando è morto mio padre. Affronto le tragedie della vita attaccandomi alla vita. Io reagisco così. E poi ho il senso del dovere. Avevo pazienti in attesa”.

IL FUNERALE. “NON MI SONO AVVICINATO PERCHE’ PENSAVO CHE LA FAMIGLIA ORNESI AVESSE ASTIO NEI MIEI CONFRONTI PERCHE’ NON HO SPOSATO LA FIGLIA”

“Sono andato al funerale con mia moglie”, ha spiegato l’imputato, “ma non mi sono avvicinato. Pensavo che la famiglia di Claudia avesse astio nei miei confronti perché non ho sposato la figlia”.

“SONO INNOCENTE”

“Mai e poi mai avrei immaginato di poter essere sospettato di una mostruosità del genere”, ha detto. “Quando mi hanno chiesto se volevo nominare un consulente tecnico per l’autopsia ho detto di no, ma ho fatto male perché questa cosa ha creato un castello accusatorio. Quando sono stato arrestato mi è crollato il mondo addosso”. “Ho detto tutto”, ha concluso Iori, ma a quel punto è intervenuto il presidente Massa: “ma lei come si dichiara? Innocente?”. “Assolutamente sì”, è stata la risposta.

SVELATO IL MISTERO DELLE CHIAVI

Paola Ornesi

E’ partito da Faenza alle 6 del mattino, Marco Ragazzini, dipendente della Cisa Italia serrature, chiamato dalla corte per avere chiarimenti su un tipo di chiavi che produce la sua ditta e se si possono duplicare. “Questa chiave non è coperta da brevetto”, ha detto il teste, “e quindi non possiamo vietare la duplicazione libera. Tutti possono andare da qualsiasi ferramenta e chiederne una copia”. “E’ possibile”, ha chiesto il presidente Massa, “avere una perfetta duplicazione anche con impresso il codice di cifratura?”. “Non lo posso escludere”, ha risposto Ragazzini, “dipende dalla macchina utilizzata dal ferramenta”. Dunque è proprio l’esperto a risolvere il rebus delle chiavi. Da parte sua l’imputato ha sempre giurato di non aver mai avuto la terza chiave, ma come risulta dagli atti e dalle testimonianze, Claudia non era presente al rogito. Sulla questione delle chiavi è stata risentita anche Paola Ornesi, sorella di Claudia e zia di Livia, che non ha saputo dire con certezza se lei avesse l’originale o una copia. “Sono passati tre anni, non ricordo esattamente”. “Sono sicura”, ha però riferito, “di aver fatto le copie”.

IORI CONTINUA A PERCEPIRE PARTE DELLO STIPENDIO DALL’OSPEDALE. I LEGALI DELLA FAMIGLIA ORNESI PRESENTANO ISTANZA DI SEQUESTRO PER CONGELARE IL DENARO

A Crema, intanto, i legali della famiglia Ornesi, Eleonora Pagliari e Marco Severgnini, hanno presentato istanza di sequestro per congelare la parte di stipendio che Iori, che è in carcere dal 14 ottobre del 2011, continua a percepisce dall’ospedale: si tratta di una cifra di 1820 euro lordi. L’istanza di sequestro si inquadra nell’attività di sequestro totale di tutti i beni dell’oculista chiesto dai legali al tribunale di Crema.

Sara Pizzorni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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