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Atti osceni: condanna in appello per Cassarà: pena di due mesi

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Condanna di due mesi convertita in una pena pecuniaria di 2.280 euro. Resta il risarcimento di mille euro alla parte civile, rappresentata in aula dall’avvocato del foro di Cremona Michela Soldi. Questa la sentenza emessa dalla corte d’appello di Brescia per  il campione di scherma Andrea Cassarà, 29enne bresciano, tesserato per la società CS Carabinieri, condannato in primo grado nel 2009 dal tribunale di Cremona ad una pena di tre mesi e ad un risarcimento danni di mille euro per atti osceni. L’appello, diversamente da quanto era avvenuto in primo grado, ha concesso all’imputato le attenuanti generiche.

Secondo l’accusa, il 30 agosto del 2007 in via dell’Annona a Cremona, Cassarà, medaglia d’oro il 12 agosto nel fioretto a squadre ai Mondiali di scherma di Budapest e oro nel torneo di fioretto a squadre e bronzo individuale alle Olimpiadi di Atene del 2004, aveva mostrato le parti intime ad una donna che aveva fermato per chiedere un’informazione. Sei anni fa il campione era a Cremona a bordo di una Lancia Musa. Alle 4 del pomeriggio, arrivato nelle vicinanze di via dell’Annona, direzione via Mantova, all’altezza della curva sud dello stadio Zini, l’automobilista si era fermato ed aveva chiesto informazioni per raggiungere l’autostrada ad una donna in bicicletta. La signora, poco più che quarantenne, si era accostata all’auto per dare le indicazioni al conducente, e proprio in quel momento aveva visto che l’uomo si era abbassato i pantaloni e si era masturbato davanti a lei. Sconvolta dalla scena, la signora si era rapidamente allontanata e aveva notato che la macchina era ripartita verso via Magazzini Generali, tra l’altro una direzione completamente diversa da quella che lei aveva indicato per raggiungere l’autostrada. La ciclista era riuscita a trascrivere il numero di targa della Musa e si era diretta in Questura per sporgere denuncia. Dalle successive indagini era emerso che la targa apparteneva ad una Lancia Musa che era stata presa in leasing a partire dal 27 ottobre 2006 dalla Autoingros proprio al campione di fioretto. Un mese dopo il fatto, la donna era stata chiamata negli uffici della Questura per visionare alcune foto. Nella fotografia numero sei aveva riconosciuto senza ombra di dubbio Cassarà quale autore degli atti osceni di quel giorno di agosto. Completamente diversa la ricostruzione della difesa, secondo la quale quel giorno l’imputato doveva incontrare la madre e la sorella che avrebbe poi dovuto accompagnare a casa. Dopo averle viste, aveva cercato di raggiungerle, ma durante la manovra aveva rischiato di investire la donna che stava sopraggiungendo in bicicletta. Ne era nato un diverbio conclusosi con reciproci insulti.
Cassarà, il 30 gennaio del 2008, si era presentato con un avvocato in procura a Cremona per essere interrogato dal pm Francesco Messina. “Stavo rientrando da Tirrenia, dove svolgo gli allenamenti, quando mio padre mi aveva chiamato per venire a prendere mia madre a Cremona”, così il campione aveva giustificato la sua presenza in città.

LA MOTIVAZIONE DELLA SENTENZA DI CONDANNA DEL GIUDICE DI PRIMO GRADO

Nelle undici pagine di motivazioni della sentenza, il giudice Pierpaolo Beluzzi ha valutato “del tutto inattendibile il quadro prospettato dalla difesa dell’imputato”, assistito dagli avvocati Massimo Bonvicini ed Elena Frigo, del foro di Brescia. Il 30 agosto del 2007 il campione si era abbassato i pantaloni e mostrato gli attributi ad una ciclista che aveva fermato con la scusa di chiederle un’informazione stradale per raggiungere l’autostrada. “Durante la mia spiegazione”, ha raccontato la cremonese, una donna di poco più di quarant’anni, parte civile attraverso l’avvocato Michela Soldi, “mi sono resa conto che armeggiava con la mano all’altezza dell’inguine, estraendo il pene e cominciando a masturbarsi. Appena mi sono mossa per andarmene, il conducente mi ha ringraziato e anche lui ha messo in movimento l’auto. Dopo avermi sorpassato, ha continuato nel piazzale fino allo sbocco in via dell’Annona, quindi ha svoltato a sinistra, in direzione di via Persico. In quel frangente mi sono resa conto che evidentemente non gli interessava per nulla l’indicazione per l’autostrada, in quanto avrebbe dovuto girare a destra in via dell’Annona e quindi in via Mantova. E’ chiara la volontà di aver destato la mia attenzione solo per farsi notare mentre faceva un tale gesto morboso”. La ciclista era riuscita a trascrivere il numero di targa della Musa e si era diretta in Questura per sporgere denuncia. Dalle successive indagini era emerso che la targa apparteneva ad una Lancia Musa che era stata presa in leasing a partire dal 27 ottobre 2006 dalla Autoingros proprio al campione di fioretto. Un mese dopo il fatto, la donna era stata chiamata negli uffici della Questura per visionare alcune foto. Nella fotografia numero sei aveva riconosciuto senza ombra di dubbio Cassarà quale autore degli atti osceni. Quel pomeriggio di agosto, il giovane, ultimo talento della tradizione schermistica azzurra, era appena rientrato da Tirrenia, dove aveva svolto gli allenamenti con la nazionale di scherma, ed era appena arrivato a Cremona per accompagnare a casa la madre. Cassarà ha spiegato agli inquirenti di aver ricevuto una telefonata dal padre che gli comunicava di passare a prendere la madre che si trovava a Cremona insieme alla sorella (che è agente di zona dell’Ina Assicurazioni e dipendente dall’agenzia di Cremona, pur occupandosi della zona di Rovato Orzinuovi) e al nipotino di un anno. “Ho seguito le indicazioni stradali di mio padre”, ha raccontato l’imputato, “e poco dopo essere uscito dall’autostrada ho visto sul lato opposto l’automobile di mia sorella. Per raggiungerla, ho imboccato una via laterale e poi ho fatto una manovra ad U, quasi investendo una donna a bordo di una bicicletta. Mi sono accorto all’ultimo momento della sua presenza e ho frenato, fermandomi a circa un metro da lei. La donna, probabilmente spaventata, si è subito alterata nei miei confronti, ma io mi sono scusato facendole un gesto con la mano. Lei, però, ha continuato ad inveire nei miei confronti. A quel punto sono ripartito e nell’allontanarmi l’ho mandata a quel paese facendole il gesto del dito medio alzato. Subito dopo mi sono incontrato con i miei parenti e ho raccontato loro quanto mi era appena capitato”. La stessa versione è stata fornita sia dalla madre di Cassarà che dalla sorella, che quel giorno si era recata all’Ina Assicurazioni per sbrigare alcuni impegni, lasciando soli la madre e il figlioletto per una mezzora. Ma il direttore generale dell’Assitalia (sentito dagli inquirenti) ha negato che il giorno in questione vi fosse una riunione di agenti o un appuntamento che avesse quale presupposto la presenza della sorella di Cassarà presso l’agenzia generale.  Per il giudice, quindi, “non è emerso alcun riscontro oggettivo di una effettiva presenza dei familiari dell’imputato alle 16 del 30 agosto del 2007”, e “poco credibile è la versione di Cassarà in relazione alla manovra azzardata che avrebbe generato la reazione della ciclista”. L’appuntamento era davanti all’ospedale San Camillo, proprio in prossimità della rotatoria che avrebbe permesso all’imputato di svoltare tranquillamente, evitando di compiere un’inversione azzardata. Ma vi è di più: per il giudice Beluzzi non collimano né i tempi né i modi dei presunti incontri tra Cassarà e i suoi familiari, avvenuti, tra l’altro, senza alcun contatto telefonico tra loro, ma solo attraverso il padre dell’imputato. Nelle motivazioni, inoltre, il giudice definisce “non consono e non naturale per un appartenente all’Arma dei carabinieri il gesto del dito indice alzato”, e “beffardo e sintomatico quel grazie finale alla vittima da parte di Cassarà”. “La particolarità  dello stato dei luoghi (il 30 agosto e in una zona isolata senza traffico né pedoni) è quanto mai ideale per un soggetto che voglia avvicinare una donna per finalità lascive”. Non è emerso, infine, secondo il giudice, “alcun elemento per ritenere che la denunciante, che ha subito segnalato il fatto con grande senso civico, avesse riconosciuto Cassarà quale sportivo e carabiniere, né alcun motivo per essersi inventata la questione. Sarebbe infatti stato più facile, anche in termini di eventuali pretese risarcitorie, procedere con una semplice querela per ingiurie, magari consultando con calma un avvocato”.

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