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Iori non voleva Livia all’interno della ‘famiglia allargata’

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E’ stata depositata la motivazione della sentenza d’appello emessa il 6 giugno scorso a Brescia nei confronti di Maurizio Iori, l’ex primario di Oculistica dell’ospedale di Crema condannato all’ergastolo per aver ucciso, la sera del 20 luglio del 2011, l’ex compagna Claudia Ornesi, 42 anni, e la figlia Livia, due anni, nata dalla loro relazione. La sentenza di Brescia ha confermato la condanna emessa in primo grado dalla corte d’assise di Cremona il 18 gennaio del 2013. Oltre all’ergastolo, la corte d’appello, composta dal presidente Enrico Fischetti, dal giudice relatore Massimo Vacchiano e da 6 giudici popolari (4 uomini e 2 donne), ha confermato anche i due anni di isolamento diurno e come risarcimento danni alla parte civile una provvisionale di 400mila euro a Pasqua Facchi, la madre di Claudia Ornesi, e 200mila all’altra figlia Paola. Niente patria potestà sugli altri tre figli, due avuti dalla prima moglie, una terza da Laura Arcaini, la donna che ha sposato dopo la fine della relazione con Claudia.

Per la corte, il movente del duplice delitto è da ricercarsi “nell’esigenza di riservatezza che Iori ha sempre mostrato tenacemente di perseguire con riferimento ai rapporti con Claudia e che trasuda evidente da tutte le carte del processo”, così come risulta “strettamente connessa alla ferma volontà da parte dell’imputato di impedire che il disvelamento della sua situazione con Claudia e l’esistenza di sua figlia Livia potesse costringerlo ad operare delle scelte, e, in particolare, a dover trattare Livia alla pari degli altri figli, con ciò rischiando possibili e imprevedibili conflitti con l’ex coniuge e con l’attuale moglie”.

Nelle 200 pagine di motivazione, infatti, si legge che “è il timore di doversi porre il problema di accreditare Livia all’interno della ‘famiglia allargata’ (con tutti i possibili contraccolpi psicologici che ciò avrebbe potuto provocare nei confronti degli altri figli e delle altre donne) che deve essere considerato il vero movente dell’azione omicida. Claudia e Livia, una volta eliminate, non sarebbero più state un ‘problema’, e Livia non sarebbe più entrata nella ‘famiglia allargata’, così la vita quotidiana, pur dopo qualche prevedibile iniziale turbamento per la notizia del ‘suicidio’ da parte della madre di Iori Paola Caroselli, sarebbe tranquillamente proseguita sostanzialmente come prima”. Per la corte, dunque, “il motivo di tenere segreta la relazione con Claudia, sia l’esistenza di Livia, non era tanto quello di non recare un dispiacere alla madre, quanto piuttosto quello di evitare che, in conseguenza della pubblicizzazione di quei fatti, egli fosse stato poi costretto a ‘fare il padre’ anche con Livia, una figlia che non ha mai amato, e a trattare questa come gli altri figli”.

Claudia e Livia vennero trovate cadaveri nella loro casa di via Dogali a Crema la sera del 20 luglio del 2011. Per l’accusa, Iori, che quella sera aveva cenato con Claudia, prima ha sedato mamma e figlia con il farmaco Xanax, somministrato di nascosto in gocce, e poi le ha uccise facendo respirare alle vittime il gas butano contenuto nelle quattro bombole da campeggio da egli stesso acquistate. Per inscenare il suicidio ha messo dieci blister di Xanax sul tavolo dell’ingresso, a cui erano stati staccati i talloncini con impresso il numero di lotto, messo una pastiglia nel lettino di Livia per far credere che la piccola l’avesse sputata, cancellato le impronte, staccato la corrente e gettato via tutto, compresa la spazzatura con i residui del cibo.

Tra gli errori commessi, come si legge nella motivazione, “la peculiare posizione dei corpi delle due vittime: l’innaturale collocazione di Claudia, da sola, al centro del letto matrimoniale tra i due cuscini, laddove nell’ipotesi di suicidio allargato la stessa avrebbe dovuto più plausibilmente trovarsi abbracciata alla piccola Livia, in attesa  della morte, è risultata ancora più aggravata da una ulteriore stranezza: la donna presentava i capelli tutti verso la sua parte destra, come se fosse stata adagiata sul letto e tirata da una parte. Inoltre la maglietta di Claudia era sollevata, elemento che contrasta con l’adagiarsi spontaneo sul letto, evocando piuttosto l’idea di un lieve trascinamento ( da parte di un terzo) del corpo sul materasso”.

Secondo i giudici, “la prova che Iori sia responsabile del duplice omicidio  proviene in modo schiacciante da quella imponente sequenza di indizi, tutti inequivocabilmente diretti ad escludere l’ipotesi del cosiddetto suicidio allargato, indizi ognuno dei quali costituenti singolo e specifico tassello di un grande puzzle”. Rilevante, ai fini della decisione, anche “l’assenza di impronte della stessa Claudia sulle bombole, sui fornelletti, sui blister, sul quadro elettrico trovato staccato”. Assenze, per i giudici, che “sono rimaste indissolubilmente legate alla prova logica, secondo la quale esse non avrebbero potuto motivatamente imputarsi ad una casuale opera di bonifica del luogo da parte di un suicida (bonifica in verità neppure definibile casuale, siccome troppo ripetuta ed ostinata)” .

Così come l’assenza “incomprensibile” dalla casa di via Dogali della copia della lettera scritta da Claudia (l’originale, la consegnò a Iori) che Livia avrebbe dovuto leggere una volta diventata grande e nella quale Claudia esprimeva la volontà che la figlia facesse parte della famiglia allargata di Iori. “Una assenza incomprensibile”, si legge nella motivazione, “dal momento che Claudia, se avesse avuto intenzione di uccidere la bambina, certamente non avrebbe avvertito alcuna necessità di distruggere la lettera. L’interesse, semmai, sarebbe stato esattamente opposto: quello di lasciare la lettera in bella vista, a testimonianza della sofferenza patita a causa dell’indifferente comportamento tenuto da Iori nei confronti della bambina e del conseguente movente di quel disperato gesto”.

Sara Pizzorni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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