Cronaca
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Delitto di via Dogali, la Cassazione: 'Iori infamò la memoria di Claudia'

Depositata la motivazione dei giudici della Suprema Corte che il 10 dicembre del 2015 hanno confermato la sentenza di condanna all'ergastolo nei confronti di Maurizio Iori per il duplice omicidio dell'ex compagna e della figlia.

Una sentenza coerente che ha proceduto “a verificare l’intrinseca capacità dimostrativa di ogni singolo elemento di prova indiziaria acquisito a carico dell’imputato, per poi risolvere in una visione unitaria munita di adeguata tenuta logica, pervenendo ad individuare nello Iori l’autore dell’omicidio con quell’elevato grado di credibilità razionale che è idoneo a privare di concreto riscontro processuale le ipotesi alternative astrattamente prospettabili”. Lo scrivono nella motivazione della sentenza i giudici della Suprema Corte che il 10 dicembre del 2015, rendendo la condanna definitiva, hanno confermato l’ergastolo nei confronti di Maurizio Iori, l’ex primario del reparto di Oculistica dell’ospedale di Crema condannato sia in primo grado che in appello per il duplice omicidio dell’ex compagna Claudia Ornesi, 42 anni, e della figlia Livia, due anni, nata dalla loro relazione.

“Infondati”, per i giudici, gli undici motivi del ricorso in Cassazione presentati dalla difesa. “Infondato fino a rasentare l’inammissibilità”, il punto relativo al non aver concesso a Iori le attenuanti generiche e alla congruità della pena. “Un comportamento processuale”, quello dell’imputato, si legge nelle 49 pagine della motivazione, “che la sentenza ha ritenuto costantemente improntato a finalità simulatorie, intese ad infamare la memoria della Ornesi, attribuendole la responsabilità dell’omicidio della propria bambina”. “Se le facoltà difensive”, puntualizzano i giudici, “consentono all’imputato il silenzio e persino la menzogna, non lo autorizzano a tenere condotte processualmente oblique e fuorivianti, in violazione del fondamentale canone di lealtà processuale che deve improntare la condotta di tutti i soggetti del procedimento penale”.

“Infondato fino a rasentare l’inammissibilità”, per i magistrati, anche il ricorso sulle chiavi dell’appartamento in cui Claudia viveva con la bambina, chiavi che secondo la difesa, l’imputato non possedeva. “Fatto probatoriamente accertato”, ricordano invece i giudici, “l’avvenuta consegna a Iori degli originali delle chiavi del portoncino d’ingresso al momento della stipulazione del rogito al quale la Ornesi non aveva presenziato”. Era proprio l’imputato, che aveva comprato l’appartamento in leasing, “il destinatario originale delle chiavi”.

Anche per i giudici della Suprema Corte, dunque, è stato Maurizio Iori a commettere il duplice omicidio dell’ex compagna e della figlia, trovate cadaveri la mattina del 21 luglio del 2011 nel loro appartamento di via Dogali a Crema. La sera prima Iori aveva cenato con Claudia, poi aveva sedato mamma e figlia con il farmaco Xanax, somministrato in gocce, e poi le aveva uccise facendo respirare alle vittime con un’azione di contenimento il gas butano contenuto nelle quattro bombole da campeggio da egli stesso acquistate. Per inscenare il suicidio aveva messo dieci blister di Xanax sul tavolo dell’ingresso, cancellato le impronte, staccato la corrente e gettato via tutto, compresa la spazzatura con i residui del cibo. Per Iori, già divorziato e padre di due figli, Livia era “un inciampo”. Lei e la madre dovevano rimanere nell’ombra. Per l’accusa, la lettera scritta dalla Ornesi e consegnata a Iori il 12 luglio del 2011 è il movente del duplice delitto. Nella lettera la Ornesi chiedeva al medico di fare il padre, chiedendo per Livia un riconoscimento sociale a tutela dei diritti della figlia.

Per la Cassazione, il giudizio di colpevolezza espresso dalla Corte d’appello è “congruamente motivato secondo linee argomentative adeguate, coerenti alle regole logico-giuridiche che presiedono alla valutazione della prova indiziaria e che rendono pienamente giustificate sul piano della consequenzialità le conclusioni che sono state tratte da un esame puntuale e completo delle risultanze acquisite e dell’intero materiale probatorio”. La sentenza d’appello, per i giudici della Suprema Corte, “non è incorsa in alcun travisamento della prova, ma ha proceduto ad una legittima operazione di interpretazione e valutazione delle emergenze istruttorie”. Dunque, “un corretto e incensurabile percorso logico-giuridico”.

“La Corte d’appello”, si legge nella motivazione, “ha dato conto in modo analitico, esauriente e puntuale della convergenza dimostrativa verso il medesimo fatto ignoto (rappresentato dall’individuazione nell’imputato dell’autore dell’avvelenamento da ingestione di farmaci intossicanti e da inalazione di gas che ha cagionato la morte delle vittime) di una pluralità di elementi indiziari reciprocamente muniti di una propria forza probante”. “Priva di fondamento”, invece, è considerata dai giudici la “ricostruzione alternativa del fatto in termini di suicidio allargato della Ornesi” da sempre sostenuta dalla difesa. “E’ proprio la motivata riconducibilità dell’ipotesi alternativa prospettata dalla difesa”, si legge, “a una deliberata condotta simulatoria dello stesso Iori, in quanto autore consapevole di una messinscena funzionale ad accreditare una diversa dinamica del fatto e a sviare le indagini dalla sua persona, a munire gli elementi di fatto che contraddicono l’ipotesi suicidiaria di una corrispondente efficacia confermativa dell’omicidio commesso dallo Iori, privando l’ipotesi del suicidio allargato di un reale riscontro nelle emergenze processuali, tutte unicamente convergenti a dimostrare la colpevolezza dell’imputato”.

L’ex primario, difeso dagli avvocati Elena Frigo e Michele Bontempi di Brescia, era stato condannato all’ergastolo in primo grado a Cremona il 18 gennaio 2013, mentre il 6 giugno di un anno dopo si erano espressi i giudici d’appello, confermando il carcere a vita con due anni di isolamento diurno e come risarcimento danni alla parte civile, rappresentata dagli avvocati Eleonora Pagliari e Marco Severgnini, una provvisionale di 400mila euro a Pasqua Facchi, la madre di Claudia Ornesi, e 200mila all’altra figlia Paola. Niente patria potestà sugli altri tre figli, due avuti dalla prima moglie, e una terza da Laura Arcaini, la donna che Iori ha sposato dopo la fine della relazione con Claudia.

Sara Pizzorni

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