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Nella 'Generazione
Erasmus' il futuro
dell'Europa

Si calcola che, nel 1950, le persone che, in tutto il mondo, erano state almeno una volta all’estero, fossero circa venti milioni. Oggi sono più di un miliardo.
Nell’arco di alcuni decenni, confini e barriere sono caduti. Il concetto di “straniero” si è trasformato, dato che probabilmente gli stranieri non esistono e li abbiamo creati noi erigendo barriere e confini.

Ricordo che, quando ero ragazzo, andare solamente a Chiasso per acquistare qualche tavoletta di cioccolato o qualche pacchetto di sigarette a prezzi più convenienti che in Italia, già era un’avventura. Oggi, invece, i giovani si muovono senza problemi e viaggiano tranquillamente all’estero, e non solo per imparare le lingue, ma per studiare e fare importanti esperienze di vita.

Si è parlato, a questo proposito, di “generazione Erasmus”, con riferimento agli studenti che hanno usufruito di questo progetto dell’Unione europea. Il programma Erasmus, acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students, è un programma di mobilità studentesca, creato nel 1987 dalla Comunità europea

Esso dà la possibilità ad uno studente universitario europeo di effettuare in una università straniera un periodo di studio legalmente riconosciuto dalla propria università. Il nome del programma deriva dall’umanista e teologo olandese Erasmo da Rotterdam, che, nel XV secolo, viaggiò diversi anni in tutta Europa, per comprenderne le differenti culture.

A molti studenti universitari europei il programma Erasmus offre l’occasione per vivere all’estero in maniera indipendente per la prima volta. Per questa ragione è diventato una sorta di fenomeno culturale ed è molto popolare fra gli studenti universitari europei. Tra l’altro l’esperienza Erasmus è stata il tema di un film di successo come L’appartamento spagnolo in cui i personaggi, provenienti da varie nazioni d’Europa, si incontrano a Barcellona dove passeranno un anno studiando presso l’università.

Il programma non incoraggia solamente l’apprendimento e la comprensione della cultura ospitante ma anche un senso di comunità tra gli studenti appartenenti a paesi diversi. L’esperienza dell’Erasmus è considerata non solo un momento universitario ma anche un’occasione per imparare a convivere con culture diverse, oltre che un momento in cui lo studente inizia ad assumere delle responsabilità in proprio.

Il costume è molto cambiato negli ultimi decenni. In passato vi era un’ostica diffidenza verso lo “straniero” (che, banalmente, si traduceva nell’assioma per cui all’estero si mangiava sempre male, tanto è vero che preparavano piatti orribili come la frittata con la marmellata). Frutto dell’eredità risorgimentale, la diffidenza era particolarmente accentuata nei confronti dell’Austria. Gli austriaci erano, per definizione, oppressori ed invasori, nemici della libertà del nostro paese. In questo senso, il feldmaresciallo Radetzky era un simbolo, in negativo. Quando, molti anni più tardi, ebbi modo di visitare l’Austria (non solo Vienna, ma anche Salisburgo, Innsbruck ed alcune splendide località alpine) compresi che l’Austria era un paese delizioso, cui si addiceva senz’altro la definizione di “Austria felix”. Mi resi anche conto del fatto che gli austriaci avevano un senso dell’ospitalità superiore a quello degli italiani.

Oggi quello che un tempo era, un privilegio riservato a pochi (la possibilità di viaggiare liberamente, di studiare o di perfezionarsi all’estero) è diventata una possibilità accessibile a tutti, con la conseguente caduta di molti pregiudizi.

L’Europa, grazie alla libera circolazione della persona, non è un’entità astratta, un non luogo artificiale, come sostengono alcuni. Ciò anche se istituzioni e regole di funzionamento hanno necessità di essere migliorate e completate per adeguare la governance ai nostri tempi. In definitiva, il progetto europeo rimane una delle più grandi “sperimentazioni di democrazia” della nostra storia.

La “generazione Erasmus” incoraggia non poche speranze sul futuro dell’Europa, sulla possibilità che il sogno di una grande comunità di popoli liberi fondata su una cultura comune, e non solo su politiche economiche più o meno condivisibili, possa, prima o poi, avverarsi.

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