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Maxifurto di 700.000 euro
in gioielli all'autogrill. Sentito
il teste oculare, 11 a processo

“Attraverso la vetrata ho visto un uomo con il casco aggirarsi attorno alla macchina parcheggiata vicino alla mia, e poi quando sono uscito ho visto due persone in moto allontanarsi a grande velocità. La stessa persona che avevo visto vicino alla macchina mi sembrava fosse seduta dietro”. Sono le parole di Gabriele, 42 anni, residente ad Aulla, il testimone ‘chiave’ sentito in aula davanti al giudice Maria Stella Leone in merito al maxi furto di gioielli messo a segno il 17 maggio del 2013 in autostrada, all’autogrill Cremona Sud, ai danni di un gioielliere di Valenza Po.

Il rappresentante orafo, diretto a Firenze, aveva fatto una sosta all’autogrill, e mentre era alla toilette era stato derubato dei gioielli contenuti in una valigia lasciata nel baule della macchina, una Bmw 320 coupè. Bottino: 700.000 euro in preziosi. Secondo quanto ipotizzato dagli inquirenti, il furto era stato inizialmente progettato come una rapina, ma poi la non prevista sosta in autogrill aveva indotto i malviventi a cambiare i programmi. I gioielli, inoltre, avrebbero dovuto viaggiare con un vettore specializzato in sicurezza, invece all’ultimo momento il programma era cambiato e il gioielliere aveva trasportato tutto personalmente. “Ho deciso io così”, aveva detto l’uomo in aula. A seguirlo, però, c’erano una Stilo station wagon e una moto Yamaha con a bordo i malviventi.

Quel giorno Gabriele, il testimone, si era fermato all’autogrill con la moglie per prendere un caffè. Aveva parcheggiato la macchina proprio di fianco a quella della vittima. “Dall’interno, attraverso la vetrata, ogni tanto controllavo la mia macchina”, ha raccontato. “Ad un certo punto ho visto una persona con il casco che girava attorno all’auto parcheggiata vicino alla mia. Quando sono uscito ho visto un uomo che gridava ‘sono rovinato, sono rovinato’. Lui si è presentato come il proprietario di quella vettura, mi ha detto di essere un rappresentane orafo e di essere appena stato derubato dei valori che trasportava. Era molto scosso. Mi ha chiesto se avevo visto qualcosa e io gli ho detto di aver visto un uomo soffermarsi intorno alla macchina in modo sospetto e poi due persone scappare su una moto a grande velocità. Portavano qualcosa di ingombrante, ma non ho visto bene cosa”. In aula, il testimone ha riferito di non aver sentito suonare alcun allarme.

Undici le persone finite a processo per aver commesso quel furto. Nell’operazione “Maskada” del gennaio del 2014 la polizia stradale di Cremona era riuscita a ricostruire i fatti e a dare un nome e un volto ai presunti autori, personaggi tra l’altro di una certa caratura criminale, almeno dai trascorsi di uno di loro, con precedenti per associazione a delinquere di stampo mafioso.
A processo ci sono Salvatore Pellegrino, Nicola Savarese, Gianluca Parente, Luigi e Gianni Maisto, Antimo Vito, Ciro Lorito, Maria Varsi, Salvatore Vito, Giuseppe di Napoli e Giuseppe Cozzolino, tutti napoletani.

Secondo l’accusa, Pellegrino, Savarese, Vito e Cozzolino sarebbero stati gli autori materiali del furto. I quattro avrebbero seguito la vittima a bordo della Stilo e in sella alla moto. Il 15 e il 16 maggio antecedenti, Luigi e Gianni Maisto, insieme a Parente, al fine di ostacolare le indagini, avrebbero procurato una falsa intestazione della moto di proprietà di Parente ad una persona poi risultata estranea all’acquisto del mezzo. Gianni Maisto, il giorno del furto, sarebbe rimasto nel napoletano in contatto telefonico con gli autori materiali e, insieme a Savarese, si sarebbe occupato, il 21 maggio successivo a Cremona, ad un primo tentativo di recuperare la moto che era stata abbandonata dopo il furto dei preziosi. Cozzolino e Lorito, da parte loro, avrebbero invece procurato agli autori materiali una base di appoggio a Genova affinchè non lasciassero tracce della loro presenza negli alberghi. In particolare Cozzolino, che sarebbe rimasto in costante contatto telefonico sia con il ‘figliastro’ Lorito che con Savarese, il 16 maggio avrebbe messo a disposizione degli altri autori del furto un locale a Genova o comunque un altro luogo dove trascorrere la nottata tra il 16 e il 17 maggio. Durante la giornata del 16 ci sarebbero stati continui contatti telefonici tra Lorito, Cozzolino e Savarese, quest’ultimo raggiunto al telefono da Lorito anche quando si sarebbe trovato già a Genova. Lo stesso Lorito, subito dopo il furto, si sarebbe messo in contatto telefonico con Savarese e immediatamente dopo con Cozzolino.

Dell’accusa di favoreggiamento in concorso devono rispondere Maria Varsi, Salvatore Vito e Giuseppe di Napoli: per la procura, il giorno dopo il furto si sarebbero attivati per recuperare a Cremona la moto utilizzata dagli autori materiali per derubare il gioielliere.

“Non ho mai avuto una moto”, ha detto ieri in aula Elisabetta, 50 anni, venuta a testimoniare da Tabiano perchè la Yamaha utilizzata per il colpo risultava intestata proprio a lei. Durante le indagini  la polizia di Pordenone l’aveva chiamata chiedendole se avesse mai posseduto una moto e se fosse mai stata a Napoli a fare passaggi di proprietà. “Ho risposto di no”, ha ribadito la teste. “Sì, sono stata a Napoli nel giugno del 2012 con un collega”, ha raccontato la donna. “Abbiamo preso l’aereo e siccome non volevamo andare in giro con l’originale della carta d’identità abbiamo deciso di fare la fotocopia del documento”.

Determinanti, nelle indagini, erano state le registrazioni delle telecamere dell’autogrill e lo studio dei tabulati telefonici. Ricostruendo invece il percorso dei gioielli, gli investigatori avevano scoperto che erano stati messi all’asta a Parigi. Alcuni dei preziosi erano stati trovati in una gioielleria del Belgio dove a suo tempo erano state effettuate delle perquisizioni. Ai gioielli, soprattutto agli anelli, era stato limato il marchio per cercare di impedirne l’identificazione.

L’udienza è stata aggiornata al prossimo 24 gennaio. Gli imputati sono difesi dagli avvocati cremonesi Giovanni Bertoletti e Andrea Polara e da legali dei fori di Trento e Napoli.

Sara Pizzorni

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