Cronaca
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Una cremonese a Londra. "Qui
non è tutto oro quel che luccica"

“Non crediate che qui a Londra sia tutto oro quel che luccica”. A dirlo è Giulia Ilari, 30 anni, di Cremona, residente nella parte nord ovest della capitale britannica dall’ottobre del 2019. Qui Giulia ha conosciuto il suo fidanzato, anche lui italiano, con il quale convive. Lui è musicista, lei invece lavora per una nota catena di abbigliamento. E’ assistente alle vendite.

Da oggi Londra riapre e lei rientra al lavoro, ma non è assolutamente tranquilla. “E’ vero che il numero dei vaccinati è superiore”, ammette Giulia, “ma, diversamente dall’Italia, qui, per quel che riguarda l’uso delle mascherine, è tutta un’altra storia”.

Oggi Londra esce dal suo terzo lock down totale, cominciato prima di Natale e protrattosi fino all’8 marzo, quando hanno riaperto solo alcune scuole. “Di aperto”, spiega Giulia, “c’erano solo supermercati, farmacie e negozi di prima necessità. Da oggi, invece, riaprono negozi, palestre e piscine. Per quel che riguarda i ristoranti, invece, resta l’asporto. Possono riaprire solo quelli che hanno posto all’aperto, mentre tutti gli altri riapriranno il 17 maggio”.

Giulia non è ancora vaccinata. “Ho 30 anni, devo ancora aspettare. E’ vero che la situazione è migliorata, che ci sono meno morti, ma anche se con le vaccinazioni siamo molto più avanti rispetto all’Italia, non si può proprio dire che siamo al sicuro”. E poi c’è il problema delle mascherine. A Londra non è mai stato obbligatorio indossarle all’aperto”. E al chiuso?. Giulia parla di ciò che succede in ambito lavorativo: “qui l’uso delle mascherine viene lasciato alle iniziative delle singole aziende che possono solo invitare i clienti ad indossarle. Tanti non lo fanno, così come succede spesso anche sui mezzi pubblici. C’è chi è esente perchè magari è asmatico, ma devo dire che in troppi non se la mettono. Prima di Natale, ad esempio, i negozi erano pieni. Molti erano senza mascherina. E se lo fai notare, spesso ti prendono a male parole”.

In Italia, Giulia c’è stata l’ultima volta lo scorso settembre. “Quando sono tornata a casa, mi sono sentita molto più sicura. All’interno dei vari negozi e centri commerciali tutti indossavano i dispositivi di sicurezza. Non c’è confronto”.

“A Londra l’emergenza non è affatto finita”, sostiene Giulia, che ora ha paura a rientrare al lavoro. “Sono assistente alle vendite, non si può sempre rispettare la distanza di sicurezza, e se i clienti non hanno la mascherina, io sono a rischio. Per andare al lavoro ci impiego 50 minuti e prendo due treni. I miei orari sono dalle 14 alle 23. Per di più abbiamo poche tutele per quel che riguarda i giorni di malattia, e se dovessi ammalarmi e stare a casa diverso tempo, rischio pure il posto”.

Un dato positivo, all’estero, tuttavia c’è, e riguarda l’aspetto economico: “Qui a Londra hanno gestito bene la cassa integrazione”, spiega Giulia. “Io sono stata messa in cassa integrazione tre volte e sono sempre stati puntuali. Ho ottenuto fino all’80%. Il Governo di Boris Jonhson ha stanziato fondi pubblici in favore dei dipendenti. E questa è stata una bella mossa. Per il resto ho tanta voglia di rivedere l’Italia. Spero avvenga molto presto”.

Sara Pizzorni

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