Cronaca
Commenta

Rischia il carcere prima dell'ultimo
giudizio. "Errore informatico"

FOTO SESSA

Per un “errore informatico”, Manuele Boschetti, 54 anni, cremonese, già condannato in primo e secondo grado per tentato omicidio, ha rischiato di finire in carcere prima di affrontare l’ultimo grado di giudizio. I suoi legali, gli avvocati Massimo Tabaglio e Alessio Romanelli, avevano infatti regolarmente inoltrato ricorso in Cassazione presso la Corte d’Appello di Brescia, e proprio lì si è verificato quello che è stato definito dai giudici un “errore informatico”: l’atto, inoltrato via Pec alla cancelleria penale di Brescia, non è mai arrivato in Cassazione. Dunque, in mancanza del ricorso alla Suprema Corte, la Corte d’Appello ha considerato definitiva la sentenza di secondo grado, ed ha emesso per Boschetti un ordine di esecuzione pena: il 54enne, dunque, ha rischiato di essere portato in carcere prima che fosse emesso il terzo grado di giudizio.

L’avvocato Massimo Tabaglio

Quando i legali si sono visti ricevere l’ordine di esecuzione pena sono sobbalzati sulla sedia e sono corsi a rivedere se nella documentazione inoltrata ci fosse stato qualche errore. La scadenza per presentare il ricorso in Cassazione era il 10 giugno del 2021. La loro richiesta era stata inoltrata quello stesso giorno alle 22,40. E non perchè avessero fatto le cose di fretta. Su quel caso, gli avvocati ci stavano lavorando da tempo. Era un ricorso complesso. Tutto era risultato regolare e nei termini di legge, ma i legali sono stati comunque costretti ad adempiere a tutta una serie di passaggi per dimostrare la correttezza del loro operato. E’ stato quindi necessario reperire tutta la documentazione e chiedere “l’incidente di esecuzione”, e cioè la procedura per far dichiarare la revoca dell’ordine di esecuzione pena. L’udienza è stata fissata nel giro di 20 giorni alla presenza dei giudici e del procuratore generale che già avevano appurato, a loro dire, “l’errore informatico”. “Per fortuna, l’informatica non sbaglia”, hanno però ribattuto i due legali: “la Pec era stata ricevuta ed accettata”. Alla fine, comunque, ordine revocato e atti trasmessi alla Cassazione per la fissazione dell’udienza davanti alla Suprema Corte.

L’avvocato Alessio Romanelli

Il 24 gennaio del 2019, in primo grado, Manuele Boschetti, processato con il rito abbreviato, era stato condannato dal gup di Cremona ad una pena di tre anni e dieci mesi di reclusione, mentre in secondo grado la pena era stata lievemente ridotta: tre anni e otto mesi. La vicenda risale al 2 settembre del 2016 in via Bergamo, quando l’imputato  investì con la sua Fiat Punto il ciclista Giuseppe M., 61enne cremonese, scambiandolo per la persona con la quale poco prima aveva avuto una lite. Le accuse per Boschetti, incensurato, un passato da infermiere in case di riposo, erano quelle di tentato omicidio, fuga, e guida in stato di ebbrezza. Il danno era già stato risarcito con un milione e 550 mila euro. Il ciclista riportò lesioni gravissime.

La lite con il ciclista, che non è mai stato identificato, nè si è mai presentato spontaneamente nonostante gli appelli, scoppiò nel pomeriggio di quel 2 settembre per motivi di viabilità in piazza Risorgimento. Successivamente l’automobilista si mise all’inseguimento del ciclista, investendolo in via Bergamo. Ma non si trattava della stessa persona, come emerso dalla visione delle immagini delle telecamere. Il protagonista della lite e l’uomo investito indossavano due magliette di colore diverso. Diversi anche il colore e il modello della bicicletta.

Quel pomeriggio in piazza Risorgimento automobilista e ciclista discussero animatamente perché il ciclista era passato con il rosso. Al culmine della lite, il ciclista, con un gesto di rabbia, scaraventò la propria bici contro il parabrezza della macchina, poi riprese la sua bici e ripartì alla volta di via Bergamo. L’automobilista, furioso, risalì sulla propria vettura e si lanciò all’inseguimento del velocipede. Il ciclista, quello sbagliato, fu intercettato in via Bergamo, all’altezza del locale La Fabbrica di Pedavena, dove per l’accusa sarebbe stato deliberatamente travolto e mandato a schiantarsi contro un’auto parcheggiata. Dopodichè l’automobilista era fuggito a tutta velocità.

Grazie alle diverse testimonianze e al numero di targa, il pirata della strada fu rintracciato dopo un’ora e mezza e sentito al comando della municipale. Nel sangue aveva un tasso alcolemico pari al doppio di quello consentito dalla legge. Secondo la difesa, aveva bevuto dopo i fatti.

“Non vi è stato alcun dolo in questa vicenda, si è trattato solo di un tragico incidente”, hanno insistito i difensori, secondo cui il reato era semplicemente quello di lesioni colpose causate da un incidente stradale assolutamente fortuito. Secondo quanto riportato nella memoria difensiva, “non vi è alcuna certezza in merito alla reale dinamica dell’incidente”, che appare “compatibile con una manovra imprudente da parte dell’imputato. Mancano le prove che egli abbia accelerato per raggiungere la persona offesa”. Per la difesa è inoltre impossibile che l’uomo abbia inseguito il ciclista con la netta volontà di fargli del male, “in quanto si trattava di un ciclista diverso da quello con cui aveva litigato”.

Sara Pizzorni

 

© Riproduzione riservata
Commenti