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Shinzo Abe, una rivoluzione a metà chiamata Abenomics

(Adnkronos) – La politica economica è stata centrale nella lunga esperienza di governo di Shinzo Abe. Tanto che la stagione segnata dal premier giapponese viene ricordata soprattuto per l’Abenomics, una vera e propria dottrina economica che prometteva una rivoluzione epocale, per portare fuori il Paese da una depressione decennale. Come tante rivoluzioni annunciate, anche quella di Shinzo Abe resterà ‘una rivoluzione a metà’.  

Si deve risalire alla primavera del 2013 per capire cosa sia stata l’Abenomics. Tornato al governo nel 2012 dopo un primo mandato nel 2006-2007, quello che sarà il più longevo premier della storia del Sol levante capisce che deve usare più leve insieme per incidere veramente in un quadro fortemente deteriorato.  

Inanzitutto, trova un accordo con la Bank of Japan e la spinge a una politica monetaria fortemente espansiva, con l’obiettivo di rivitalizzare un’inflazione che da anni restava sotto zero, in uno scenario costantemente deflattivo. Poi, vara un programma di spese e stimoli da parte del governo. Per anni spende centinaia di miliardi di dollari, focalizzandosi sui lavori per modernizzare le infrastrutture e per preparare il Paese alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Uno sforzo che non riesce però a sostenere la crescita, con il Pil che si contrae nel biennio 2014-2015 e poi nel 2020, con il Paese che entra in recessione prima ancora che si diffonda la pandemia Covid.  

Quello che non funziona nel disegno dell’Abenomics è la risposta sul fronte dei consumi alle misure pensate per stimolarli. Incidono diversi fattori che concorrono a vanificare buona parte dei risultati attesi. Tra questi, sicuramente una popolazione vecchia e poco incline a spendere e gli incrementi delle tasse che si rendono necessari, nel 2014 e nel 2019, per cercare di contenere la corsa del debito pubblico.  

Il tassello che manca, e anche in questo caso sono tanti i precedenti nella storia economica, sono le riforme strutturali. Da quella del mercato del lavoro, e quelle legate sulle pensioni e l’immigrazione, a quelle necessarie per la difesa del potere d’acquisto e la tutela delle fasce più deboli della popolazione. Alle tante promesse fatte – tra le altre, la liberalizzazione dell’agricoltura, i tagli alle imposte sulle società, la revisione della regolamentazione dei settori dell’energia e della sanità e un programma per aumentare i tassi di natalità – seguono pochi provvedimenti realmente coerenti con le attese.  

I benefici della politica economica di Shinzo Abe sono innegabili nel breve termine ma si perdono rapidamente per strada, una volta esaurito l’effetto shock. I salari reali non crescono abbastanza e la riduzione del potere d’acquisto è la conseguenza più diretta del contestuale rialzo dei prezzi. Sono soprattutto le condizioni di vita dei giapponesi, che non migliorano quanto sarebbe stato necessario, ad allontanare buona parte dei risultati dell’Abenomics. E quando Shinzo Abe si dimette a metà 2020, per problemi di salute, lascia una serie di problemi irrisolti che pesano sul presente e sul futuro dell’economia giapponese.  

(di Fabio Insenga) 

 

 

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