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Rocco Filippini e figlio in concerto col "Gore Booth"

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La storia della musica e la letteratura hanno spesso consacrato il rapporto tra un interprete ed il suo strumento. Da oltre trent’anni, il violoncello “Gore Booth”, costruito da Antonio Stradivari nel 1710, accompagna la carriera di Rocco Filippini, uno degli artisti più autorevoli e rappresentativi del concertismo internazionale.

Accompagnato al pianoforte dal figlio Cosimo, il virtuoso ticinese si esibirà domenica 13 maggio, alle 11, al Museo Civico di Cremona, nell’ambito della rassegna “Antonio Stradivari faciebat”, dieci concerti con grandi interpreti e giovani di sicuro talento ed altrettanti strumenti originali per riscoprire la carriera del massimo liutaio di tutti i tempi.

Il suo “Gore  Booth” – che sarà illustrato nei suoi dettagli tecnici e storici da Fausto Cacciatori, conservatore della Collezione friends of Stradivari – è senza dubbio un autentico capolavoro: costruito con materiali di ottima qualità, è stato realizzato utilizzando la “forma B”, ovvero la perfetta sintesi tra proporzioni e profili geometrici, tanto da essere utilizzata ancora oggi da molti costruttori.

Il nome deriva da Sir Robert Gore Booth, primo proprietario conosciuto dello strumento a metà del diciottesimo secolo. Poco più di cento anni fa David Laurie, un commerciante di fama internazionale, ne entrò in possesso. Quindi, nel 1890, lo vendette al barone Nathaniel Rotschild di Vienna. Restò alla famiglia finché nel 1938 non venne confiscato dalle autorità tedesche. Dopo la seconda Guerra Mondiale divenne proprietà della baronessa Clarice de Rothschild che lo portò con sé a New York. Oggi accompagna sui palcoscenici di tutto il mondo Rocco Filippini.

A Cremona l’interprete proporrà una interessante ricognizione che abbraccia buona parte della storia musica occidentale, dalle eco mozartiane rielette da Beethoven al Novecento passando per Paganini e Rossini.

A dispetto di una ampia letteratura articolata nelle classiche formazioni cameristiche ed a dispetto di un ruolo cardinale in orchestra, sono pochi i testi musicali espressamente dedicati al violoncello e al suo dialogare col pianoforte, fino alla fusione delle loro caratteristiche timbriche.

Tanto più preziosa è pertanto l’occasione di ascoltare e conoscere alcune pagine generalmente escluse dai cartelloni proposte da due esecutori comunque legati, oltre che dall’affinità filiale e genitoriale, dalla frequentazione e da un confronto musicale sviluppato in un tempo lungo, talché s’è instaurata una insolita identità di linguaggio e una totale congruità di scelte interpretative.

Le iniziali 12 Variazioni in fa maggiore op. 66 sul tema ” Ein Mädchen oder Weibch” dall’opera “Die Zauberflote” di Wolfgang Amadeus Mozart assegnano al violoncello l’esposizione melodica  anche se il maggior peso sembra essere sostenuto dal pianoforte per mezzo di una scrittura che talora appare addirittura autosufficiente.

Élégie op 24 e Papillon Op. 77 sono, invece, ispirati da un lirismo profondo, seppure controllato dal consueto pudore di Gabriel Fauré. La forma è semplice, ma accuratamente strutturata. Nel primo un lamento espressivo del violoncello, dal grande potere di fascinazione, è sostenuto da accordi ribattuti dal pianoforte; è alternato ad un tessuto di arpeggi che culmina in una veemente cadenza. Nel secondo un moto perpetuo brillante e virtuosistico si placa in un episodio di distesa cantabilità.

Una vena di malinconia percorre le Variazioni su un tema popolare slovacco Bsiohuslav Martinů, quasi un inno appassionato alla patria lontana elevato dal compositore ormai morente. In circostanze analoghe Claude Debussy scrive la Sonata per violoncello e pianoforte in re minore: Il Prologo si distingue per vivacità di tono e una certa ironia timbrica, nella Serenata emergono tratti umoristici, burleschi e fantastici; mentre il Finale è contrassegnato da uno slancio ritmico gioioso e inarrestabile.

Di tutta questa varietà di caratteri sono quasi un compendio le variazioni paganiniane sul Mosé di Rossini, dove tra musicista e strumento s’instaura una corrispondenza di confidenze e sottili allusioni, un rapporto tra manifestazione estetica e vibrare nascosto del cuore, un luogo di pianto e riso, di piccoli e grandi motivi sentimentali che Rocco Filippini ed il suo “Gore Booth” sanno esprimere con emozionante e sincera naturalezza.

L’Audizione è promossa da Comune di Cremona, Cremonabooks e Fondazione Antonio Stradivari- La Triennale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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