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I cento profughi dimenticati, un anno ostaggi di burocrazia

I profughi dimenticati

Sopra, alcuni dei migranti arrivati dalla Libia e ospiti della Casa dell’accoglienza

Sono stati costretti a fuggire da una Libia divorata dalla guerra civile. Nessuno è di origine libica, anche se quasi tutti lavoravano da tempo nello Stato di Gheddafi, magari sostenendo familiari rimasti in patria; altri si trovavano invece lì da poco alla ricerca di nuove opportunità, in qualche caso solo provvisoriamente. In molti di loro non c’era l’intenzione di raggiungere l’Italia, figuriamoci Cremona. Ma in Italia, a Cremona, un anno fa, ci sono arrivati, lasciandosi dietro esplosioni e colpi di mortaio. Un viaggio per mare affrontato per scappare da violenze o sotto l’ordine delle milizie del Raìs, che hanno organizzato una sorta di “bombardamento umanitario” contro l’Europa, finalizzato a mettere in difficoltà le nazioni vicine e soprattutto l’Italia, “amica” della Libia ma solo fino all’esplosione della rivoluzione.

I DOCUMENTI SEQUESTRATI IN LIBIA E LA MORSA DELLA BUROCRAZIA IN ITALIA

Sono sbarcati a Lampedusa senza documenti: le  carte identificative? Distrutte o perdute con i sequestri fatti scattare dal sistema libico. Si trovano in una situazione complicata, oggi, in Italia. Si trovavano in una situazione complicata, ieri, in Libia (impiegati in mansioni irregolarmente, accusati di rubare il lavoro ai locali e poi additati dai rivoltosi come parte dei corpi mercenari di Gheddafi, in quanto spesso il dittatore ha attinto al bacino sudsahariano per rafforzarsi militarmente).

Con le disposizioni messe in atto per fronteggiare l’emergenza, sono arrivati nella provincia cremonese, dove hanno trascorso oltre un anno – come gli altri finiti in centri sparsi per il Paese – stretti nella morsa della burocrazia e della crisi, senza riuscire a risolvere la propria situazione, senza possibilità di fare a meno della solidarietà. In un limbo di richieste di asilo, udienze e ricorsi dove tra un passaggio e quello successivo trascorrono mesi e mesi, dove una risposta definitiva sembra non arrivare mai. E’ una delle tante facce, questa, di un’Italia fatta di difetti e difficoltà, che investono indistintamente italiani e stranieri.

IL SOSTEGNO DELLA CARITAS E DELLE ASSOCIAZIONI

La Casa dell'accoglienza

Molti dei profughi arrivati nel Nord con la grande ondata iniziata nella primavera scorsa hanno trovato riparo in strutture del nostro territorio, sotto la supervisione della Caritas. Si tratta di un centinaio di persone (una sessantina nella Casa dell’accoglienza di viale Trento e Trieste, in città). Per lo più uomini sui trent’anni. Ma non mancano intere famiglie. Sono nati in Niger, in Pakistan, in Nigeria, in Bangladesh o in Liberia, per citare solo alcuni Stati. Prendono parte a corsi di alfabetizzazione e vengono seguiti con grande disponibilità da persone come don Antonio Pezzetti e don Maurizio Ghilardi e dai volontari. Associazioni non fanno mancare il sostegno (due di queste sono Amnesty e Forum provinciale terzo settore), e pure l’Amministrazione si è resa disponibile con iniziative che li ha coinvolti (ad esempio visite in Comune e ai violini).  Non potendo lavorare a causa dell’assenza dei necessari permessi, e quasi per “sdebitarsi” dopo gli aiuti ricevuti, diversi profughi hanno deciso di impegnarsi in attività gratuite, utili a favorire l’inserimento (c’è ad esempio chi è andato all’Archivio di Stato e chi ha raccolto le foglie grazie ad un progetto in sinergia tra i Servizi Sociali e l’Aem).

TEMPI BIBLICI TRA UN’UDIENZA E L’ALTRA PER LA RICHIESTA DEL PERMESSO DI SOGGIORNO

Se per ‘l’ondata’ di tunisini (legata agli scontri della ‘Rivoluzione del Gelsomino’) è stato per certi versi tutto più facile, in virtù dei permessi di soggiorno temporanei rilasciati in primavera dal Governo (in molti grazie a questa decisione si sono messi subito in viaggio verso Francia e Germania, solo due sono rimasti a Cremona), tutt’altro discorso vale per i 108 migranti partiti dall’area libica e da più di 12 mesi sul suolo cremonese (e ovviamente questo discorso vale per chi si trova nella stessa situazione ma è stato smistato in altre parti d’Italia). I problemi sono cominciati con l’avvio automatico delle richieste per lo status di rifugiato (permesso di soggiorno di cinque anni rinnovabile), pratiche fatte partire con gli sbarchi a Lampedusa. Una scelta del precedente Governo che si è rivelata inadeguata. Con il criterio della nazionalità, le domande di questi migranti arrivati dalla Libia, ma non libici, sono state respinte dalla Commissione territoriale competente, quella di Milano, e mesi sono stati gettati al vento. A settembre sono partiti i ricorsi finalizzati alla presentazione di richieste diverse: quelle per la protezione sussidiaria (permesso di tre anni rinnovabile) e per l’aiuto umanitario (permesso in genere di un anno rinnovabile). Ma tra un’udienza e l’altra passano settimane, mesi. Vanno a rilento gli affidamenti degli incarichi agli interpreti e spesso devono farsi avanti volontari per le traduzioni. Difficoltosa la produzione di documenti, alla luce della mancanza di ‘carte di identità’ (perdute in Libia, come detto) e di informazioni difficili da reperire nelle terre natie. Tutto porta a tempi biblici per la risoluzione delle questioni e al rischio di ulteriori dinieghi, con l’ombra dell’irregolarità al termine del percorso di accoglienza e supporto. Qualcuno dei profughi ‘cremonesi’ avrà la seconda udienza dell’appello contro la commissione territoriale solamente ad aprile 2013.

“SIAMO INCASTRATI IN QUESTA SITUAZIONE”

Il cortile del centro di viale Trento e Trieste

Trascorsi alcuni mesi dall’arrivo a Cremona sono cominciate le ricerche di un lavoro. La legge infatti permette di ottenere un impiego se c’è una richiesta di permesso di in corso da almeno 24 settimane. Sei mesi ‘buttati’, uno status incerto e in bilico (che non permette di spostarsi in altre nazioni europee; mentre non c’è in vista un concreto piano di rientro assistito in Libia, per chi è disposto a farne parte, con valutazione della sicurezza e accordi con locali autorità), la crisi: sommando ciò risulta complicatissimo, quasi impossibile, trovare qualcosa nel mercato lavorativo. Solo il Governo, e pressioni in questo senso sono in atto da settimane con il sostegno di associazioni e diversi partiti, può sistemare il caso dei profughi lasciati dallo Stato nel vortice della burocrazia. Una raccolta firme, quella fatta da Melting Pot Europa, chiede un provvedimento, un permesso con la protezione temporanea, per quei migranti che sono stati costretti a spingersi attraverso il mare fino a Cremona o ad altre città, e che nonostante tutto stanno dimostrando rispetto per la legalità e la convivenza civile.

Dalla Casa dell’accoglienza di viale Trento e Trieste il grido d’aiuto arriva in francese, in inglese, ma anche in italiano attraverso chi si sente più sicuro nella padronanza della lingua da poco imparata: “Non ce la facciamo più”, “ci sentiamo inutili”, “non sappiamo cosa fare”, “siamo incastrati in questa situazione”, “non vediamo un futuro”.

Michele Ferro

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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