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In ricordo di 'Aldro' Federico Aldrovandi

“Aldro” è il soprannome con cui gli amici chiamavano Federico Aldrovandi. Federico (non mi è mai piaciuto il vezzo – diffuso anche a Cremona – di attribuire alle persone un nomignolo derivato dal cognome) era un ragazzo di diciotto anni di Ferrara. Una sera della fine di settembre 2005 si recò con gli amici a Bologna, dove trascorse la notte in una discoteca decisamente “alternativa”. Bevve un po’ e assunse qualche sostanza stupefacente (in quantità moderata, come ebbero poi ad accertare gli esami tossicologici).

Lasciati gli amici, decise di tornare a casa a piedi, ed a Ferrara, in Via Ippodromo, incontrò una pattuglia della polizia. Probabilmente reagì male a qualche richiesta, ma la circostanza non è mai stata chiarita. Vi fu una colluttazione tra Federico e i due poliziotti, che ne chiamarono in aiuto altri due. Lo scontro fu molto violento e Federico morì, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia dei poliziotti. Erano circa le sei del mattino del 25 settembre 2005. La famiglia fu avvertita solo alle undici. Soprattutto per la tenacia della mamma di Federico, il caso sul quale si era cercato di calare un velo di silenzio insabbiando le indagini, condusse ad un processo penale che si è concluso il 21 giugno 2012 con la condanna definitiva, da parte della Cassazione, dei quattro poliziotti alla pena di tre anni e sei mesi di reclusione per omicidio colposo, di cui tre anni coperti da indulto. Le reazioni scomposte di uno dei quattro poliziotti, che ha avuto la faccia tosta di definire Federico, in una pagina di Facebook, come un “cucciolo di maiale” (meritando da parte del Ministro dell’Interno, che è veramente una “dama di ferro”, l’immediato avvio di un procedimento disciplinare) sono cronaca di questi ultimi giorni.

Ma perché parlo di Federico Aldrovandi? Non certo per ripercorrere le tappe del caso giudiziario (ne è stato tratto anche un bellissimo documentario “E’ stato morto un ragazzo” di Filippo Vendemmiati, trasmesso qualche sera fa da Rai News). Non certo perché personalmente qualcosa mi accomuni a Federico: avrei potuto essere suo nonno e poi non fumo, non bevo alcolici, la musica che lui ascoltava io la percepisco solo come una insopportabile cacofonia. Certo, provo una pena infinita quando penso alla sua giovane vita spezzata in una notte di settembre, quando forse sarebbe bastato l’intervento di un’ambulanza e la somministrazione di un sedativo per risolvere il problema (così risulta dalla sentenza di primo grado). La pena è ancora più forte se penso alla madre, al padre, al fratello.

Ma provo, soprattutto, una forte indignazione civile di fronte ad agenti delle forze dell’ordine, sulla cui protezione tutti dovremmo poter contare, che si lasciano andare ad indicibili atti di violenza contro un ragazzo inerme, sino a massacrarlo e ucciderlo, e che poi cercano di depistare ed insabbiare le indagini, per sfuggire alle conseguenze del loro comportamento.

Le violenze operate da agenti delle forze dell’ordine (che pure hanno pagato un tributo di sangue altissimo nella lotta al terrorismo ed alla mafia) si sono verificate più volte, per fortuna piuttosto di rado con conseguenze letali.

Rispetto a simili evenienze, purtroppo, l’ordinamento italiano è inadeguato, come si può dedurre dal reato di cui erano imputati i poliziotti e dalla pena che è stata loro inflitta.

La Repubblica italiana ha sottoscritto la “Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti”, conclusa a New York nel 1984, e l’ha ratificata con Legge 3 novembre 1988 n. 498. La convenzione, per l’Italia, è diventata efficace l’11 febbraio 1989, data del deposito dello strumento di ratifica.

Tale convenzione impone agli Stati che la ratificano l’obbligo di legiferare affinché qualsiasi atto di tortura, come pure il tentativo di praticare la tortura o qualunque complicità o partecipazione a tale atto, siano espressamente previsti come reato nel diritto penale interno.

A tale convenzione, viene riconosciuto il merito, in particolare, di avere per la prima volta fissato dal punto di vista del diritto internazionale una definizione del reato di tortura e di trattamenti e punizioni inumani e degradanti, oltre a sottoporre gli Stati aderenti al monitoraggio permanente del Comitato contro la tortura.

Ciononostante il Parlamento non ha mai introdotto il reato di tortura nel codice penale italiano, anche se, nel 2006, una proposta di legge in tal senso fu approvata dal Senato, ma poi decadde per la fine anticipata della legislatura.

Le ragioni contrarie alla introduzione del reato di tortura sono ben note e presenti nel dibattito internazionale. Sono state determinate, in particolar modo, dalle posizioni assunte negli ultimi anni dai governi di Bush e solo in parte di Obama verso certi metodi di interrogatorio, definiti dall’Amministrazione semplicemente come “duri”, che vengono impiegati nei confronti di detenuti sospettati di attività terroristiche (è la polemica sui detenuti di Guantanamo). La posizione degli organi internazionali preposti alla tutela dei diritti umani, nonché di una parte consistente dell’opinione pubblica mondiale, è che questi metodi siano da qualificarsi, se non come torture vere e proprie, quantomeno come trattamenti inumani e degradanti, vietati dal diritto internazionale.

La mia opinione, tuttavia, è che i tempi siano ormai maturi per introdurre il reato di tortura nell’ordinamento giuridico italiano. Non si può consentire che la tortura rimanga impunita, soprattutto quando la tortura è un atto di violenza esercitato in particolare da pubblici ufficiali nei confronti di persone inermi, allo scopo di spezzarne la volontà di resistenza:  la tortura, per usare le parole del giurista Antonio Cassese, è allora “la faccia perversa e crudele dell’autoritarismo, il modo più rapido e sbrigativo di ‘trattare’ con chi ‘non è d’accordo’” (come Federico Aldrovandi, cui piaceva la musica alternativa e che fumava qualche spinello).

Ciao Federico.

Sit tibi terra levis.

Antonino Rizzo

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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