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"Ti uccido e ti faccio a pezzi": è stalking, il racconto della vittima

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“Ti butto l’acido in faccia”, “ti faccio a pezzettini e li butto ai cani randagi”, “tu finirai uccisa”, “ti faccio finire come la pakistana di Brescia” (il riferimento è a Hina Saleem, la ragazza pakistana uccisa dai parenti come punizione per non essersi adeguata agli usi della sua cultura).

Sono alcune delle frasi minacciose pronunciate da Ben Salah, 47 anni, tunisino residente a Parma, nei confronti della moglie Amina (il nome è di fantasia), 45 anni, di Tunisi, residente a Cremona. La coppia, sposata in Tunisia nel 2000, si era trasferita in Italia l’anno successivo. Viveva in provincia di Parma, dove lei era stata tenuta segregata prima di essere salvata dalla polizia.

Lui, di religione musulmana, risulta  sposato dal 1992 con un’altra donna. “L’altra moglie è italiana”, ha spiegato la vittima, “e va in giro con il velo”, che invece Amina non porta perché è di religione cristiana come sua madre.

Nel 2007 Amina era andata a vivere da sola a Cremona dove aveva aperto un negozio dell’usato. Ma il marito l’aveva ritrovata e l’incubo era ricominciato.
Un vero e proprio calvario, quello della 45enne tunisina, un calvario che oggi in aula la donna, non riuscendo a trattenere le lacrime, ha dovuto rivivere davanti al giudice applicato di Mantova Giuditta Silvestrini.

Suo marito è accusato di stalking, violenza privata e lesioni personali. Non accettando la fine del suo matrimonio, l’uomo l’ha molestata e perseguitata con minacce, aggressioni verbali e fisiche e appostamenti sul luogo di lavoro. I fatti inerenti gli episodi di stalking vanno dal 2008 al luglio del 2010, mentre i reati di lesioni e violenza privata risalgono al 10 giugno del 2009, quando l’imputato ha sferrato un pugno sulla fronte della moglie, pronunciando frasi minacciose e tentando di indurla a ritornare con lui in Tunisia.

Per paura, Amina è stata costretta a cambiare casa e a chiudere la sua attività. “Ha rotto i vetri del negozio”, ha raccontato, riferendosi ad un episodio accaduto nel giugno del 2009. “Mi ha minacciato, picchiato, mi ha buttato a terra. Ero tutta sanguinante”. Per suo marito, Amina ha chiesto l’arresto. Ma l’uomo è tutt’ora libero. “Non sapevo dove andare, non sapevo che fare, i suoi amici marocchini mi venivano a bussare alla finestra”. ‘Perché non porti il velo ?’, le aveva chiesto un amico di lui passando vicino al negozio. “Mio marito diceva che la merce era di sua proprietà, ma non è vero, e l’ho dimostrato”. Ancora oggi, però, tutti i prodotti sono sotto sequestro e nei confronti di Amina, denunciata nel 2010 da alcuni clienti per appropriazione indebita, è ancora pendente il processo.

Un giorno la donna era andata a fare la spesa al supermercato e all’uscita era stata avvicinata da alcune persone. “Mi hanno preso con la forza, parlavano egiziano, erano in tre. Mi hanno tirato i capelli, bloccata al muro, sbottonato i pantaloni e graffiata con le unghie. Poi ho chiamato la polizia. Lui era lontano, l’ho visto. Era dentro l’auto”.

“Per colpa di quell’episodio”, ha raccontato Amina, “mi sono chiusa in casa un mese. Ho paura, non riesco più ad uscire”. “Dovrei tornare in Tunisia per divorziare”, ha detto la donna, “ma lì non ci torno. Lui chiamava tantissimo di notte e mi diceva che non dovevo testimoniare, che dovevo tornare in Tunisia. Ha minacciato anche mia sorella, che fa la hostess. Lui avrebbe fatto del male a lei e alla mia famiglia”.

L’ultima volta che Amina ha visto il marito è stato un mese e mezzo fa. Poi lui è andato in Tunisia. “Mi telefonava anche da lì, mi diceva che avrebbe fatto del male a mia sorella”. “Ho cambiato più volte il numero di telefono”, ha continuato a raccontare la vittima, che però riceveva le chiamate sul cellulare del negozio. “Dovevo tenerlo acceso per i contatti con i clienti”. Ma poi alla fine Amina non ce l’ha più fatta e nel 2010 è stata costretta a chiudere il negozio.

In udienza ha testimoniato anche l’ispettore della Questura Giuseppe Coppolino, che ha seguito la vicenda di Amina dalla sua prima denuncia, sporta nel 2008. “La conoscevo già, ci siamo avvalsi del suo aiuto come interprete”.

E’ stato poi sentito un conoscente dell’imputato, che ha riferito che l’uomo andava a pregare alla moschea di Cremona. “Ero andato al negozio della moglie perché mi serviva un frigo”, ha detto il teste, “e lei mi ha chiesto di non dire al marito che lavorava lì perché lui la picchiava. Dal 2005 al 2013 non ho più visto né lei né il marito”.

Amina, che si è costituita parte civile attraverso l’avvocato Guido Priori, vuole vivere in pace, e ha chiesto ancora una volta la custodia cautelare per Ben Salah. Ma intanto per la sentenza dovrà aspettare ancora fino al 5 marzo dell’anno prossimo, data in cui il processo è stato aggiornato.

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