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Cremona, l'ombra dell'altra 'ndrangheta I giudici intensificano il coordinamento

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Cremona nel cuore dell’area di interesse di quella che diversi addetti ai lavori ormai hanno definito “l’altra ‘ndrangheta”, caratterizzata da un’abile capacità di mimetizzazione e da soggetti che godono di un’ampia autonomia e non sono costantemente vincolati agli ordini della “casa madre” (in questo caso la “cupola” che ha radici nel paese calabrese di Cutro, in provincia di Crotone). Una forma di ‘ndrangheta diversa, in via di sviluppo, in espansione, partendo dalla vicina zona emiliana, in un territorio che oltre al Cremonese comprende anche il Mantovano e il Bresciano e sconfina in Veneto. La magistratura non sta a guardare: sono stati infatti intensificate le riunioni di coordinamento convocate dalla Direzione nazionale antimafia con i giudici delle Direzioni distrettuali di Bologna, Brescia (nel distretto di Brescia è compresa Cremona, ndr) e Venezia. La mappa nella foto, contenuta nell’ultima relazione annuale della Dna, parla chiaramente. La cartina è anche al centro di un’accurata analisi realizzata dall’associazione Libera contro le mafie: in questo dossier (“Mosaico di mafie e antimafia”) frutto della collaborazione tra l’Assemblea legislativa regionale dell’Emilia Romagna e la Fondazione Libera Informazione, e diffuso liberamente da qualche settimana, un corposo capitolo è dedicato proprio a “l’altra ‘ndrangheta”.

“Con questa espressione – si legge – s’intende un gruppo di soggetti criminali (a volte affiliati, a volte nemmeno affiliati) che risultano godere in un largo margine di autonomia dalla locale madre di Cutro, ma sono obbligati nei suoi confronti per la rendicontazione dei risultati economici delle proprie imprese illegali impiantate in loco, tramite la corresponsione in quota maggioritaria di quanto incassato nel corso del medio e lungo periodo”. “Una prima dimostrazione di tale teoria – prosegue il dossier – la si rinviene nel giudicato della Corte d’Appello di Bologna (arrivata di recente la conferma della Cassazione, ndr) che, a fine 2011, ha confermato la sentenza del Tribunale di Piacenza che, nel 2008, aveva condannato Francesco Lamanna (nome conosciuto anche a Cremona, ndr) quale ‘alter ego’ di Nicolino Grande Aracri sulla piazza emiliana, tanto da dover corrispondere a lui i ricavi dell’attività criminosa svolta nel territorio dell’Emilia. Questo modello si starebbe sempre più affermando nel nord Italia, secondo la Dna, proprio a partire dall’esperienza emiliana, perché ha dimostrato di essere un sistema funzionale alla massimizzazione dei profitti e alla riduzione delle pressioni delle forze dell’ordine”.

Non si parla di “colonizzazione”. Come già evidenziato nel rapporto della Dna, è meglio definire questo fenomeno “delocalizzazione”. Scelta ben precisa: “Da non sottovalutare il fatto che l’altra ‘ndrangheta si va consolidando in un’area dove manca una colonizzazione vera e propria come quella instauratasi sull’asse Milano-Reggio Calabria: è una scelta criminale ben precisa e quindi non il prodotto di circostanze casuali. L’area d’azione dell’altra ‘ndrangheta avrebbe come suo fulcro l’Emilia, ma finirebbe per sconfinare in Lombardia e Veneto, lungo il perimetro di una figura geometrica indefinibile”, figura geometrica “passante per i territori delle province di Brescia, Cremona, Mantova e poi comprensiva anche di quelle di Verona, Padova, Vicenza, Treviso e Venezia”. “Una prima conferma di quanto questa ipotesi sia ritenuta fondata – si legge nel dossier – è data dall’intensificarsi delle riunioni di coordinamento che la Dna convoca con i magistrati delle Direzioni distrettuali antimafia di Bologna, Brescia e Venezia, nei cui distretti si registra l’operatività dell’altra ‘ndrangheta”.

Accantonata la “conolizzazione”, si delinea una prevalenza dell’istinto predatorio: “A differenza dei locali di ‘ndrangheta che operano secondo il modello della colonizzazione (attenti cioè non solo al perfezionamento di attività illecite e al procacciamento di ingenti risorse, ma proiettati contemporaneamente verso il potenziamento dei circuiti del riciclaggio, particolarmente complessi e diversificati al nord Italia), l’altra ‘ndrangheta invece è più interessata ad introiettare il più possibile capitali per poi versarli in Calabria. Prevarrebbe cioè nell’altra ‘ndrangheta l’istinto predatorio più che la mentalità imprenditoriale: una sorta di ritorno al passato che la renderebbe ancor più pericolosa per i danni al territorio in termini di sfruttamento intensivo delle filiere economiche e finanziarie”.

Michele Ferro
redazione@cremonaoggi.it

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