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'Lasciatemi vedere mio figlio': in aula l'appello della mamma libanese

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Nella foto, da sinistra Amina, l’avvocato difensore Alessandro Sintucci e l’imputato

“In  Libano non ho passato giorni facili. Nel mio paese il mio bambino sarebbe stato affidato al mio ex marito e  non a me. Ero sola, ero stata ripudiata, con mio padre non ho avuto più rapporti, non avevo un lavoro, non avevo nessuno”. E’ lo sfogo di Amina, 29 anni, libanese residente a Cremona, parte civile nel processo che si è aperto oggi contro l’ex marito Rabih, 39 anni, operaio residente a Forlì, accusato di sottrazione internazionale del figlio della coppia, un bambino di 10 anni che da 9 vive in Libano con i nonni paterni. Oggi Amina ha un lavoro stabile, in Italia ha conseguito due lauree, una in violino e l’altra in Scienze Politiche, sta frequentando un Master per ottenere la terza laurea, ed è fidanzata con un ragazzo italiano. Ha anche scritto un libro: “Lettera al mio bambino rapito”, dove racconta la sua storia. Amina si è rifatta una vita, ma non è ancora riuscita a vedere suo figlio, che la legge islamica, dai sette anni di età, affida automaticamente al padre (o in sua assenza al nonno paterno).

Oggi il giudice Francesco Sora ha ascoltato la testimonianza di Amina nella quale la giovane ha ripercorso tutte le tappe della vicenda. Dal matrimonio, avvenuto nel 2003 con rito islamico, al divorzio nel 2006 in Libano e la nascita del bimbo nel 2004 in Italia. Una volta sposata, la coppia era andata a vivere in provincia di Cremona. “Non potevo uscire quando lui non c’era”, ha raccontato Amina in aula, e spesso era assente per lunghi periodi. Nel gennaio del 2005, quando ha voluto andare in pellegrinaggio alla Mecca, io non volevo stare ancora da sola, così lui mi ha proposto di andare dai suoi genitori in Libano”. “Il secondo giorno”, ha spiegato Amina, “i genitori del mio ex marito, su sua indicazione, mi hanno sequestrato il passaporto e il permesso di soggiorno. Mio marito diceva che siccome dopo il parto avevo avuto problemi di salute non ero più in grado di gestire il bambino. Mi aveva ripudiata. Ero libera di andarmene quando volevo, ma il bambino doveva restare con i nonni paterni. Più di una volta mia suocera mi ha detto che non ero la benvenuta e mi ha invitato ad andarmene. Ho subito maltrattamenti psicologici”. Amina, trovatasi completamente sola in Libano, aveva poi deciso di vendere tutto quello che aveva e alla fine, portandosi via il figlio, era riuscita a prendersi una casa. “Ero in una zona malfamata perché non avevo abbastanza soldi”. Poi il denaro era finito perché Amina lo aveva usato per le cure ospedaliere del figlio che nel frattempo si era ammalato. Non potendo più restare, la 29enne era riuscita ad ottenere dal consolato italiano in Libano il visto per tornare in Italia, ma era stata costretta a riportare il bambino dai suoceri.

Nel maggio del 2005, una volta rientrata in Italia, era andata a cercare l’ex marito che intanto si era trasferito a Bologna. “Quando l’ho trovato”, ha spiegato, “mi ha detto che se avessi firmato le carte del divorzio e avessi rinunciato ai beni, mi avrebbe dato il bambino. Immediatamente ho accettato, ma poi lui ha cambiato idea e da quel momento è sparito”. L’ultima volta che Amina ha visto suo figlio è stato quattro anni fa in Libano, ma solo per un’ora e mezza, e mai da sola con lui. Poi più nulla. “Il mio ex marito non l’ho più sentito, e quando chiamavo a casa dei miei suoceri, loro non rispondevano”. Amina ha rivisto Rabih solo oggi in aula, dove lui si è presentato con indosso il tipico cappellino islamico. Ad assisterlo, il suo legale Alessandro Sintucci, del foro di Forlì Cesena. “La vicenda umana è terribile”, ha riconosciuto l’avvocato, ma un conto è violare i patti, un altro è trattenere il bambino, che secondo la legge islamica è affidato al padre, o in sua assenza, al nonno paterno”. “Io non sono qui a chiedere l’affidamento del mio bambino”, ha detto Amina al giudice Sora. “Quello che voglio è solo la possibilità di rivedere mio figlio”. L’udienza è stata aggiornata al prossimo 22 ottobre per sentire altri due testimoni.

Sara Pizzorni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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