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Rapinato della collanina, la vittima: "Preso per le braccia e buttato a terra"

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Picchiato e rapinato della collanina d’oro che portava al collo. La brutta avventura era accaduta verso le 17 del 27 settembre del 2012 a Luciano, 63 anni, cremonese, che quel giorno stava facendo un giro nella zona del Pennello in riva al Po in sella alla sua bici. Per quella rapina, uno dei due autori, Giacomo Capra, bresciano, ha già patteggiato una pena di due anni e tre mesi di reclusione. Oggi il processo si è aperto nei confronti del presunto complice, Andrea, anch’egli bresciano di Bagnolo Mella, difeso dall’avvocato Andrea Polara.

A raccontare l’accaduto al collegio dei giudici  (presidente Pio Massa, a latere i giudici Pierpaolo Beluzzi e Christian Colombo) è stata la stessa vittima, avvicinata in quel luogo isolato da due uomini a piedi. “Uno dei due mi ha chiesto l’ora”, ha ricordato il pensionato. “Io gliel’ho detta, ma non mi sono fermato. Sono arrivato fino in fondo al Pennello e poi sono tornato indietro. Loro erano ancora lì. Poi uno si è messo davanti alla mia bici chiedendomi un’informazione. Ad un certo punto mi ha preso per le braccia e mi ha buttato per terra. Mentre cadevo con la bici addosso, l’altro aveva già in mano la catenella che avevo al collo. Ho urlato, e allora ho preso un calcio ad un occhio e ad una mano, poi i due sono andati via”. Secondo l’accusa, chi si era parato davanti a Luciano era Giacomo Capra, mentre l’altro era Andrea. “Con quello che mi ha fermato ci siamo guardati negli occhi”, ha detto la vittima, che aveva riconosciuto subito la foto di Capra nell’album fotografico che gli era stato mostrato in Questura. Andrea, invece, non l’ha riconosciuto nemmeno oggi in aula. “Erano di carnagione bianca, non avevano accento straniero ed erano vestiti decentemente, sembravano tranquilli”, ha ricordato Luciano.

Nei giorni successivi la rapina, come ha riferito l’ispettore capo Luca Mori della squadra mobile, in Questura era stata recapitata una busta anonima contenente un articolo di giornale che riferiva della rapina accompagnato da un foglio dove era segnata la targa di una Citroen C3 di colore verde. Dagli accertamenti era emerso che l’auto era quella di Andrea, tossicodipendente residente a Bagnolo. L’ispettore Mori ha spiegato che dai controlli del cellulare dell’imputato si era scoperto che all’ora e al giorno della rapina, la cella del telefono aveva agganciato i ponti radio di via Monviso e Castelvetro piacentino. “Il Pennello sta proprio nel mezzo”, ha spiegato il teste.

“Sì, conosco Capra”, ha detto l’imputato ai giudici, che ha ammesso di essere stato al Pennello proprio il giorno della rapina, ma ha negato di avervi preso parte. “In quel periodo non c’ero con la testa”, ha raccontato. “La sera prima avevo assunto sostanze stupefacenti”. Quel pomeriggio di settembre Andrea stava andando al Pennello. “Lungo la strada ho incontrato Capra. Faceva l’autostop e mi ha chiesto un passaggio. Quando siamo arrivati, ognuno è andato per i fatti suoi. Ad un certo punto ho sentito delle grida. Poi sono stato raggiunto da Capra che mi ha chiesto di riportarlo a Brescia. Non gli ho chiesto niente, ho abbastanza paura di quella persona”. Fondamentale, a questo punto, sarà la testimonianza dello stesso Capra, che dovrà presentarsi in tribunale in prossimo 10 giugno, data fissata per la prossima udienza.

Sara Pizzorni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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