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La cremonese Cesira Ferrari ancora oggi simbolo della lotta al femminicidio Terminato il restauro del bassorilievo

Foto Sessa

Si è concluso il restauro del bassorilievo dedicato dalle filatrici cremonesi alla compagna Cesira Ferrari uccisa dal marito nel 1889. L’opera, che si trova presso la crociera di ponente del Cimitero, sarà presentato ufficialmente sabato alle 10.30, alla presenza del vicesindaco Maura Ruggeri, e di mons. Achille Bonazzi, responsabile dei Beni Culturali della Diocesi di Cremona.

Promosso dal Soroptimist International Club di Cremona, il restauro, è stato curato da Annalisa Rebecchi, Elena Dognini e Mara Pasqui. Il nome e la storia di Cesira Ferrari, filandiera cremonese vittima, alla fine dell’Ottocento, della violenza assassina del marito, è un simbolo ancora vivo nella memoria storica della città.

Focalizzare l’attenzione, a oltre un secolo di distanza, sulla sua storia rappresenta un modo per sottolineare che il fenomeno della violenza contro le donne deve essere un argomento di dibattito e di denuncia e non più di cronaca nera. Un fenomeno che rappresenta oggi una vera e propria emergenza a livello mondiale, che si manifesta in molteplici forme, annidandosi spesso proprio all’interno delle relazioni familiari.

Un tipo di violenza, quella di genere, che non ha tempo né confini, non risparmia nessuna cultura né paese, industrializzato o in via di sviluppo, trasversale a tutte le classi sociali e che, sempre più spesso, va a colpire l’emancipazione culturale ed economica, l’autonomia e la libertà delle donne.

In questo contesto si inserisce anche il progetto A passi affrettati… contro la violenza, che vede riuniti in rete Soroptimist Club Cremona, Comune di Cremona, Provincia di Cremona, con il sostegno di Regione Lombardia. Un progetto che vuole contribuire a creare una coscienza collettiva sul problema, promuovendo, a partire dai giovani – adulti di domani – un cambiamento culturale.

LA STORIA

Percorrendo i viali che ombreggiano le tombe nella parte più antica del Cimitero di Cremona, quella ottocentesca, si incontra, quasi all’improvviso una piccola stele, memoria di affetto e solidarietà per una giovane donna vittima di un delitto atroce che nel 1889 colpì profondamente tutta città per la sua efferatezza.

Cesira Petronilla Maria Ferrari, fu uccisa a soli 25 anni la notte fra il 13 e 14 aprile dal marito Giuseppe Manara che infierì su di lei colpendola con un coltello, per 27 volte, 15 alla testa.

Cesira filatrice di seta, era una della tante ragazze del popolo che lavoravano negli opifici cittadini attivi a Cremona; aveva sposato quell’uomo cinque anni prima, il 3 novembre 1883. Lui facchino giornaliero, senza un’occupazione stabile, violento attaccabrighe, già noto alla giustizia per reati diversi, che spesso si ubriacava e la picchiava. Cesira lo aveva confidato anche ad una ad una collega di lavoro amica, e in una lettera, anche la fratello adottivo.

Nel 1886 il Manara era stato condannato a tre anni di carcere per il ferimento volontario, dopo una lite, del tenutario di una casa di tolleranza, durante la detenzione si era dimostrato “pigro e cattivo” ed era stato punito cinque volte con la cella di rigore.

Geloso, possessivo e violento, aveva anche inviato dal carcere alcune lettere alla moglie, accusandola di tradirlo e di tenere comportamenti licenziosi.

Scontata la pena, il 13 aprile 1889, e uscito dal carcere di Castelfranco Emilia, dov’era detenuto, Giuseppe Manara arriva alla stazione di Cremona nella serata del 13 aprile 1889, intorno alle 11; a mezzanotte bussa alla porta della Cesira in via Capellana, che lo fa entrare, con riluttanza. Verso le tre e mezzo del mattino la convince ad uscire insieme “per prendere aria fresca”. Sul viale che conduce al Po, allora meta preferita delle passeggiate dei cremonesi, scoppia la collera dell’uomo, che accoltella a Cesira buttandola, ancora viva, in acqua. Con il coltello ancora insanguinato, il Manara va poi dal suocero e lo uccide nel suo letto.

La notizia del duplice delitto si diffonde fulminea in città. A loro spese le filatrici vollero per la compagna solenni funerali nella chiesa di Sant’Ambrogio e corteo funebre con la banda musicale e le bandiere delle Associazioni femminili. Oltre seimila persone seguirono il feretro, stando ai resoconti della stampa.

A ricordo della giovane vittima, le compagne promossero anche una sottoscrizione per collocare nel cimitero una lapide con un bassorilievo raffigurante una donna velata nell’atto di deporre sulla sua tomba una corona di fiori, sul cui nastro fu incisa la dedica delle “filatrici cremonesi”. Manara, arrestato il giorno stesso dell’omicidio dopo una movimentata fuga, non mostrò alcun pentimento, sostenendo di aver vendicato il suo onore offeso.

Siamo nell’Italia del 1889, in un Paese per molti aspetti non certo all’avanguardia e che vive un grandissimo ‘terremoto’ di natura politica istituzionale. Il delitto di Cesira e del padre vengono commessi a pochi giorni dall’entrata in vigore del primo codice penale dell’Italia unita, che salverà Manara dalla forca, ma non dai lavori forzati a vita, commutati nel 1896 nell’ergastolo,

Cesira Ferrari faceva parte di quella fitta schiera di “filère” che costituivano all’epoca il nerbo del lavoro femminile e che sperimentavano le prime forme di associazionismo operaio. Un mondo il suo fatto di povera gente, di umili lavori e spesso dal domani incerto. Come tante dei nostri giorni, la storia di Cesira potrebbe essere definita “cronaca di una morte annunciata”. Nelle fonti cremonesi si perdono le tracce del marito assassino. L’immagine di Cesira invece ci viene ancora oggi incontro e ci parla.

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