Cronaca
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Tamoil, pesanti richieste dell'accusa: fino a 8 anni per avvelenamento delle acque

Pene pesanti, da 7 anni e 1 mese fino a 8 anni e 4 mesi di carcere per i manager della Tamoil sotto processo d'appello in corte d'assise a Brescia. E' la richiesta del procuratore generale dopo 7 ore di requisitoria nel processo per avvelenamento delle acque.

Nella foto, il procuratore generale Manuela Fasolato

Otto anni e quattro mesi per Enrico Gilberti, sette anni e quattro mesi per Giuliano Guerrino Billi, sette anni e due mesi per Pierluigi Colombo, sette anni e due mesi per Mohamed Saleh Abulaiha e sette anni e un mese per Ness Yammine.
Sono le richieste formulate dopo 7 ore di requisitoria dal procuratore generale di Brescia Manuela Fasolato nel processo d’appello davanti alla corte d’assise della raffineria Tamoil per i cinque manager accusati di avvelenamento delle acque, reato più grave rispetto a quello riconosciuto in primo grado dal giudice Guido Salvini che aveva emesso quattro condanne, due per disastro doloso e due per disastro colposo. Il reato contestato oggi, con il concorso del disastro doloso ambientale, prevede pene non inferiori ai 15 anni di reclusione. La corte, presieduta dal giudice Enrico Fischetti era composta dal giudice relatore Massimo Vacchiano e da sei giudici popolari, tutte donne. Il processo è celebrato con il rito abbreviato che prevede lo sconto di un terzo della pena.

Nelle 136 pagine di impugnazione della sentenza di primo grado, il pg Fasolato ha ricordato che in relazione all’avvelenamento delle acque “il legislatore ha voluto una soglia penale estremamente avanzata, intendendo questo come un delitto di pericolo presunto, e che in base agli orientamenti costanti della giurisprudenza di legittimità, perchè ci sia stato avvelenamento basta solamente che vi sia stata una situazione di pericolo per la salute pubblica, il che richiede che vi sia stata immissione di sostanze inquinanti, in qualità e in quantità tali da determinare il pericolo di effetti tossico nocivi per la salute”. Per l’accusa, “ciò è avvenuto nel caso di Tamoil: il fatto che la contaminazione non sia passata alla falda profonda, utilizzata per scopi direttamente potabili, ma sia rimasta alla falda superficiale e intermedia, nulla toglie al pericolo per la pubblica incolumità riguardante non solo la falda superficiale e intermedia, ma appunto anche la stessa falda profonda”. Di conseguenza, “è pacifico che per la sussistenza del reato di avvelenamento delle acque basta un pericolo per la salute pubblica e non è invece necessario che in concreto si verifichi un evento dannoso”.

avvocati tamoil brescia - evid
I legali degli imputati

Del grave inquinamento causato dalla rete fognaria, secondo il pg di Brescia, erano a conoscenza tutti i manager, i quali, negli anni, anche ereditando le cariche, non hanno fatto nulla per impedirlo. Per il procuratore generale, “Tamoil si è spinta ad escludere, non si sa sulla base di quali convinzioni, che gli idrocarburi avessero raggiunto in modo grave le aree esterne, nè ha comunicato alcunchè su una fonte di pericolo primaria, la rete fognaria, vetusta, una fonte in grado di aggravare anche dopo il 2001 la situazione di contaminazione”. Per la procura di Brescia, già all’epoca, la raffineria “aveva in mano tutti i dati operativi, storici e documentali per fornire in tempi brevi agli enti un quadro completo della situazione e almeno le linee essenziali della strategia con cui porvi riparo”. “Una comunicazione incompleta”, per il pg, “equivale ad una mancata comunicazione”.
Per l’accusa, dunque, “fu una scelta consapevole dei vertici della società quella di gestire in maniera illecita i rifiuti e di non adeguare l’impianto, anche fognario. Fu una scelta strategica di disinteresse, fu anche una scelta consapevole quella di non adeguare le opere conservative degli impianti, le riparazioni, la manutenzione, e furono certamente scelte prese anche a livello di vertice, con la piena consapevolezza dei budget e pure delle strategie complessive di manutenzione dell’impianto, con la evidente preoccupazione imprenditoriale di ridurre i costi al fine di aumentare i profitti per rendere più appetibile al mercato l’azienda e i suoi prodotti”.

Nella prossima udienza, fissata al 6 maggio, la parola passerò alle parti civili. Il Comune di Cremona, con i legali Giuseppe Rossodivita e Alessio Romanelli, ha preso il posto del cittadino Gino Ruggeri, responsabile dell’associazione radicale Piergiorgio Welby, che in primo grado, costituendosi in sostituzione dell’amministrazione, aveva portato a casa un risarcimento di un milione di euro a titolo di provvisionale. Parti civili sono anche i soci delle società canottieri Bissolati e Flora, Legambiente e Dopolavoro ferroviario, rappresentati dagli avvocati Gian Pietro Gennari, Marcello Lattari, Annalisa Beretta, Vito Castelli, Claudio Tampelli e Sergio Cannavò.

Il 13 maggio sarà la volta delle difese, mentre il 27 maggio le repliche. In questa data potrebbe anche arrivare la sentenza.

Gli imputati Enrico Gilberti, Giuliano Guerrino Billi e Pierluigi Colombo sono assistiti dall’avvocato Carlo Melzi d’Eril (con il collega Riccardo Villata nella difesa di Gilberti), Mohamed Saleh Abulaiha dall’avvocato Simone Lonati e Ness Yammine dai legali Giacomo Lunghini e Alessandro Della Chà.

Sara Pizzorni

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