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Fidejussione contestata:
Tamoil ancora al Consiglio
di Stato, il Comune resiste

Torna in Consiglio di Stato la questione della fidejussione che Tamoil deve dare come garanzia per la corretta esecuzione della messa in sicurezza operativa (Miso) attuata dalla società petrolifera per contenere l’inquinamento da idrocarburi. La Giunta comunale delibererà oggi la costituzione in giudizio presso lo stesso Consiglio di Stato a cui Tamoil si è rivolta con atto dell’11 gennaio, notificato in Comune il 15. Si tratta di un giudizio di ottemperanza con la richiesta che l’ente locale dia attuazione a quanto deciso nella sentenza dello stesso Consiglio di Stato nel febbraio 2017 con cui era stata annullata la determina comunale di fissazione dell’importo di fidejussione, sulla base di quanto stabilito dal Tar, a seguito del ricorso della ditta. Le due parti non concordano sull’entità della fidejussione: 2 milioni 800mila euro circa per l’azienda, 4 milioni 335mila per l’ente locale.

I legali di Tamoil, lo studio legale Villata – Degli Esposti sostengono che il Comune insista con il richiedere più di quanto dovuto, avendo la società già sostenuto spese ingenti (diversi milioni di euro) per l’esecuzione di una parte delle opere previste nel progetto di Miso. Una barriera idraulica di 15 pozzi per un fronte di 900 metri lungo l’argine maestro – riferiscono i legali – era stata proposta e attuata  dalla stessa Tamoil all’indomani dell’autodenuncia del 2007. Da qui in poi, sempre secondo l’azienda, sono stati realizzati interventi nell’ambito del Miso che non giustificherebbero l’aliquota massima applicata dal Comune per quantificare l’importo della fidejussione.

Una storia che parte da lontano, dall’aprile 2014, quando per la prima volta in conferenza di servizi, veniva affrontato il tema della garanzia;  il Comune, vista la normativa e vista l’entità degli interventi (14 milioni di euro) decideva di applicare la percentuale massima prevista dalla normativa, pari al 50% del valore stimato degli interventi. Per Tamoil l’importo di partenza doveva invece essere decurtato di 6.330.000 euro, riducendosi così a 8 milioni 670mila, in considerazione dei lavori già effettuati nel periodo 2011 – 2014. Seguiva il decreto dirigenziale del Comune che sostanzialmente ignorava la richiesta di Tamoil e quantificava l’importo in 7 milioni. A questo punto Tamoil – pur prestando la fidejussione per un importo che riteneva illegittimo – impugnava il provvedimento dirigenziale al Tar, un ricorso che nel 2016 veniva respinto. Di qui l’appello al Consiglio di Stato dell’azienda che invece, a febbraio 2017, accoglieva parte delle ragioni di Tamoil.

Ripartiva dunque la contrattazione tra Comune e Tamoil per quantificare la garanzia: ma a quel punto, l’azienda petrolifera faceva valere i maggiori costi sostenuti dal 2014 al 2016, ormai arrivati – a suo dire – a 9 milioni 244mila euro. Secondo l’azienda quindi, la base di partenza su cui calcolare il 50% (importo della fidejussione) dovrebbe essere pari a 5 milioni 756mila euro, mentre il Comune ha tenuto valido, come base di partenza, gli 8 milioni 670 mila determinati in precedenza. g.biagi

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