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Assolta la mamma affidataria
finita a processo. 'Ora lotto
per rivedere il mio bimbo'

Nella foto, Anna Maria Agazzi con l'avvocato Massimo Tabaglio

Assolta “perché il fatto non costituisce reato”: questa la sentenza emessa oggi dal giudice Maria Stella Leone nei confronti di Anna Maria Agazzi, la mamma affidataria di un bimbo musulmano finita a processo perché secondo l’accusa non aveva rispettato le condizioni contenute nel decreto del tribunale per i minorenni di Brescia sul reintegro graduale del piccolo con il padre naturale. Subito dopo la lettura della sentenza, ‘mamma’ Anna si è commossa e ha ringraziato. “Qui si valutano i reati”, le ha risposto il giudice. “Non mi deve ringraziare”. E di reati, Anna Maria non ne ha commessi: tra la 45enne cremonese e il bimbo non si sono tenuti incontri al di fuori di quelli regolarmente stabiliti, lei non gli ha mai consegnato di nascosto fotografie raffiguranti santi cattolici “in spregio alla religione della famiglia di origine”, né lo ha mai accompagnato di nascosto, all’insaputa dei servizi sociali, agli allenamenti di calcio, suggerendogli di parlare con il giudice per dirgli che voleva andare a vivere con lei.

“Ho sempre voluto tutelare il bambino”, ha detto Anna, commossa, affiancata dal suo legale, l’avvocato Massimo Tabaglio. “Amo quel bimbo come se fosse mio, ora vado avanti nella battaglia per poterlo riabbracciare”. “Io sono cristiana, è vero”, ha sottolineato Anna, “ma non ho mai esaltato la mia religione. Anzi. L’ho fatto viaggiare per il mondo, siamo stati in America, Asia, Africa. Suo papà è scomparso per due anni, e io ho fatto solo ciò che il tribunale mi ha detto di fare. E’ vero, il bimbo mi chiamava mamma Anna, ma d’altra parte ero la sua unica figura fondamentale di riferimento. Ma sono anche stata mamma di altri 50 bambini che ancora oggi che sono grandi quando mi incontrano mi salutano chiamandomi ancora così. Certo, questo bambino in particolare è stato speciale perché l’ho tenuto nove anni”. E’ grata al suo avvocato, Anna, con il quale ora vuole affrontare un’altra battaglia: “Voglio rivedere il bambino che non sa dov’è finita mamma Anna. Non è giusto creare un buco nero e cancellare i suoi ricordi di infanzia. Lo voglio riabbracciare”.

Nel processo, Mohamed, tunisino, papà naturale del bimbo, era parte civile attraverso l’avvocato Paolo Brambilla che aveva chiesto un risarcimento di 50.000 euro.

Tutto è iniziato da quanto l’uomo, che vive a Cremona, aveva perso la moglie. Lei era morta di parto e lui era rimasto solo con il figlio appena nato. Pur con un lavoro e ben inserito nella società cremonese, il tunisino non si era sentito in grado di affrontare da solo la paternità, e aveva chiesto aiuto ai servizi sociali. Si era quindi deciso per un affido consensuale: all’età di tre mesi il bimbo era stato dato in affido ad Anna, e vedeva il papà nei fine settimana. Tutto era andato bene per sei mesi, fino a quando era arrivata una denuncia contro il papà. Ad accusarlo era un uomo che affermava di aver visto il tunisino maltrattare il figlio mentre i due erano in auto. Risultato: l’affido da consensuale era diventato giudiziale, e quindi con una serie di restrizioni che il tunisino doveva rispettare se voleva vedere il figlio. Era andata avanti così per quattro anni, fino a quando l’uomo era stato assolto dall’accusa di maltrattamenti. A quel punto il tribunale dei minorenni aveva ritenuto che il bimbo potesse rientrare gradualmente nella vita del genitore, che nel frattempo si era risposato e aveva avuto altri due figli. Ma proprio in quel momento era arrivata la denuncia della cremonese che aveva sostenuto di aver visto delle lesioni sul corpo del bimbo. La donna aveva puntato il dito contro il padre che però era stato nuovamente assolto: il procedimento penale nei suoi confronti era stato archiviato, e quindi era ripartita da parte del tribunale dei minori una nuova proposta di rientro graduale del piccolo nella vita del padre per arrivare al rientro definitivo nel settembre del 2015.

Ma i rapporti tra il bimbo e l’ex affidataria non erano finiti. Proprio perché erano stati insieme a lungo, i servizi sociali, per evitare un distacco troppo repentino, avevano organizzano tra i due incontri quindicinali alla presenza di un educatore. E’ proprio in questa fase che alla donna si contestava la violazione dei provvedimenti giudiziari, e cioè di aver incontrato il bimbo anche al di fuori degli incontri fissati, di avergli consegnato un cellulare, così da poterlo chiamare, dicendogli poi che se non si potevano vedere era per colpa di suo padre, di avergli consegnato bigliettini e fotografie che li ritraevano insieme, fotografie raffiguranti santi cattolici, e di averlo accompagnato per mesi agli allenamenti di calcio, aiutandolo a fare la doccia e imponendogli di mantenere il segreto su tale circostanza, suggerendogli di parlare con il giudice per dirgli che voleva andare a vivere con lei.

“Gli incontri si sono sempre svolti alla presenza dell’educatore”, ha sostenuto invece l’avvocato Massimo Tabaglio. “E l’educatore non ha mai visto la mia assistita dare santini o telefoni cellulari. Ciò che lei consegnava al bambino erano regali o ricordi, sempre controllati dall’educatore che non ha mai segnalato nulla di negativo”. “L’unica relazione contro la mia assistita”, ha ricordato il difensore, “era stata fatta arrivare dagli assistenti sociali al tribunale dei minori tra l’ottobre del 2015 e il marzo del 2016 e metteva in evidenza il comportamento negativo della signora che avrebbe eluso il provvedimento del tribunale. Ma dove sono le prove? Avrebbe dato il cellulare al bambino, ma nessuno ha mai visto nulla”. “Qui se c’è una persona che dovrebbe essere risarcita”, ha concluso l’avvocato, “è proprio la mia cliente”.

Sara Pizzorni

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