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Stupro al Trebbia, Cassazione:
4 anni ai due cremonesi che
ora andranno in carcere

La Corte di Cassazione ha scritto l’ultima parola sul caso dello stupro di gruppo avvenuto nella notte tra il 5 e il 6 agosto del 2011 sulle rive del fiume Trebbia. I giudici della Suprema Corte hanno confermato la sentenza d’appello che aveva condannato i due imputati, Dimitri, un emiliano di 47 anni residente a Cremona, e Damiano, 37enne cremonese, ad una pena di quattro anni di reclusione ciascuno. Vittima, una ragazza di Cremona, oggi 27enne, che a processo era parte civile. I danni le sono già stati liquidati. Ora per i due, condannati in via definitiva, si apriranno le porte del carcere.

Come scritto dai giudici di secondo grado, che avevano confermato la sentenza del primo giudice, i due, che di professione sono odontotecnico e artigiano, “approfittando dello stato di sonno profondo della giovane, anche in conseguenza dell’assunzione di bevande alcoliche la sera prima dei fatti”, l’avevano “costretta a subire atti sessuali” consistiti nel toccarla nelle parti intime e nell’abusare di lei con le mani.

La violenza si era consumata dopo che un gruppo di giovani cremonesi (5 uomini e due donne) aveva raggiunto la zona di Cortebrugnatella per una grigliata. Alla compagnia si erano aggiunti anche gli imputati che non facevano parte del gruppo, ma che frequentavano lo stesso bar e dunque conoscevano di vista la ragazza. Tutti, quella sera, come aveva ricordato la vittima a processo, avevano bevuto troppo. Durante la notte la giovane era stata violentata mentre dormiva nella tenda dei due uomini. Una scelta scaturita dal fatto che quella tenda aveva un accesso più agevole e che la sua amica, indossando un tutore ad un braccio, avrebbe fatto fatica ad assisterla nel caso di necessità.

Di quanto accaduto, la ragazza si era accorta solo la mattina seguente, ritrovandosi “con short e mutandine abbassate, sulle quali, una volta raggiunto il bagno, aveva constatato la presenza di perdite ematiche”. La giovane si era immediatamente confidata con la sua amica, che, intuendo quanto poteva essere successo, si era immediatamente diretta verso la tenda degli imputati, urlando contro di loro e insultandoli. Alla vittima, l’amica aveva poi riferito che i due imputati avevano detto che non c’era stato alcun rapporto sessuale completo, ma avevano ammesso di aver abusato di lei con le mani. Dopo la sfuriata dell’amica, Dimitri e Damiano si erano avvicinati alla vittima dicendole che avevano fatto “una cazzata”, dichiarandosi dispiaciuti e scusandosi. Successivamente la giovane si era fatta visitare in ospedale e poi aveva sporto denuncia. I medici dell’ospedale di Brescia avevano riscontrato tracce di un rapporto sessuale, ma non segni di violenza. Un particolare, questo, su cui ha sempre puntato molto la difesa, rappresentata dagli avvocati Giovanni Benedini e Francesco D’Andria.

“Un fatto gravissimo”, lo aveva definito il pm di primo grado Emilio Pisante, che per i due cremonesi aveva chiesto sei anni di reclusione. Nel 2013 il collegio dei giudici di Piacenza li aveva condannati a quattro anni, sentenza confermata anche in Corte d’Appello e ora diventata definitiva. “Si deve concordare pienamente con la ricostruzione accusatoria secondo la quale gli imputati, approfittando del sonno della giovane, compirono su di lei atti sessuali”, si legge nelle 37 pagine di motivazione della sentenza di secondo grado. I giudici, che hanno puntualizzato che “non fu della ragazza”, che non si reggeva neppure in piedi, “l’iniziativa di coricarsi in tenda con gli imputati”, hanno considerato “piena” l’attendibilità della vittima, così come il racconto dell’amica e degli altri testimoni.

Sara Pizzorni

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