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In canoa tra la terra e il cosmo
Breve viaggio ecofilosofico
nel regno di Bodinco

di VITTORIO DOTTI

«Come il lamento di un bosco, / come il trillo non udito di un usignolo, / si spande l’armonia / ed empie l’aria / e per l’aria ti va nelle orecchie / e nelle cervella e nel cuore. / Vibra vibra l’aria (…) / Poi possente, completa / la melodia ti domina / e tu la domini / e tutti / gli atomi vibrano di una gioia divina».

Una poesia ad incipit di un testo giornalistico – anche se tratta da un autore, Pavese, che non soltanto in tono lirico scrisse e pensò – può apparire incongrua, e forse davvero lo è. Tuttavia nessun registro meglio del lirico può suggerire in poche battute il tema sconfinato e implacabile del rapporto fra Uomo e Cosmo: la loro vitale, accorata, viscerale euritmia, oppure la loro distonica, sgraziata, esiziale discrasia. Sulla divinità della gioia si può dissentire da Pavese e intendere invece paganamente – col conforto filosofico del “deus sive natura” di Spinoza – la spiritualità ragionevole e la vibrazione ancestrale che il contatto con la Natura suscita nella mente e nel corpo dell’essere umano.

Questi e consimili pensieri mi accompagnavano durante un’escursione solitaria attraverso le trasparenze equoree e i liquidi riflessi di un Po maestosamente in piena, che scorreva, imperatore del silenzio, entro una campagna attonita e stregata dalla preghiera degl’alberi e delle pietre, genuflessi e stridenti al cospetto del glorioso Bodinco. A bordo di una canoa mimetica, prestata da Armando Catullo, generoso leone padano, scivolavo sulla pelle del fiume, cercando di sottrarre all’oblio dell’istante qualche configurazione di forme e di luce, trascritte dal magnifico Elmar 3,5 della Leika 1 F che fu d’Armando (non Catullo, ma mio nonno) in immagini artistiche (spero). Avevo in mente, mentre facevo ciò, un libro fotografico dell’architetto Andreas Feininger, “Forme della natura e della vita”: opera esemplare di sintesi estetica e concettiva, che a tutti i cultori del bello e dell’ingegno consiglio di consultare. Scrive l’autore: «Ho voluto accostare oggetti sostanzialmente simili non da un punto di vista scientifico-documentaristico, ma assumendo l’ottica dell’artista, del poeta, del sognatore che vede un volto in un pezzo di legno e un crocifisso nel cranio di un pesce (…) Ogni fotografia è stata scelta con il fine di stimolare il lettore, di mostrargli oggetti familiari sotto una luce nuova, e di indurlo a riflettere. Vorrei che egli divenisse consapevole che esistono in natura principi universali validi per tutti allo stesso modo, uomini e animali; che gli atomi e le molecole che formano il suo corpo sono gli stessi che costituiscono i sassi, le piante e gli animali». Sano panteismo pagano, sotto il segno d’Ovidio e delle sue metamorfiche transvertebrazioni di spirito e di carne!


Con eguali intenti, se pur con esiti non certamente affini, ho voluto anch’io ritrarre qualche volto ramoso, e intrecci di squame, e ragni di luce… Spero che il risultato possa interessare il lettore, solleticare le sue pupille e sedurre il suo pensiero, quel tanto che basta per renderlo pervio – senza allarmismo, ma neppure con colposa e suicidaria ipocrisia – al messaggio urgente e ineludibile della ecologia integrale: la semisconosciuta frontiera del pensiero scientifico contemporaneo, fondata sui pilastri teorici di eco-economisti del calibro di Nicholas Georgescu- Roegen, Ernst Friedrich Schumacher, Herman Daly…; eco-sociologi quali Barry Commoner, Rachel Carson, Laura Conti, Enzo Tiezzi…; studiosi e profeti laici estremamente ben documentati come Aurelio Peccei, Dennis e Donatella Meadows, Jorgen Randers e William Behrens (autori de “I limiti della crescita”, 1972); Ugo Bardi dell’Università di Firenze col suo “The Limits to growth revisited”, 2011; Tim Jackson del Centre for the Understanding of Sustainable Prosperity, autore del libro “Prosperità senza crescita”; poi ancora: Serge Latouche, il papà della crescita felice, e con lui i 1.700 scienziati – tra i quali i più acuti premi Nobel in discipline scientifiche – che nel 1992, in occasione della Conferenza di Rio sull’ambiente, firmarono lo “Scientists’ Warning to Humanity” (Allarme degli scienziati all’Umanità in tema di degrado ecologico), poi sottoscritto da 15.000 e nel 2018 da ben 20.000 dottori in scienze fisiche. Tutti miseramente inascoltati!!
Ma se i cervelli frastornati degli uomini di buona volontà (per così dire) rifrangono le parole accorate del sociologo Mayer Hillman quando dice: «innumerevoli aspetti della vita dipendono dai combustibili fossili, tranne la musica e l’amore, l’educazione e la felicità; queste cose, che utilizzano poca energia fossile, sono ciò su cui dobbiamo concentrarci» – se i cuori dei nostri umani fratelli restano indifferenti a tale richiamo e refrattari persino alla sacra omelia di Papa Francesco (sto pensando all’ecoenciclica “Laudato Si’”, recitata nel maggio 2015) – se tanta è l’indifferenza, la stupidità, l’ignoranza degli uomini di buona volontà e di troppo governanti di poca, anzi scarsissima onestà…. come posso sperare che in qualcuno risuoni – se pur confido – l’armoniosa malia e l’intelligenza di un pensatore che alchemizzò in originale connubio sapienza presocratica, fenomenologia husserliana, psicologia gestaltica e sociologia marxista, il tutto avvivato dal tocco sulfureo dell’intuizionismo di Whitehead e da un esistenzialismo venato di mistica pagana? Questo filosofo, naturalmente, è l’ideatore del relazionismo, Enzo Paci, che con parole quasi liriche espresse il medesimo afflato di Pavese, ed io qui invoco ad excipit di questo pseudo-giornalistico intervento:

«Tutto è legato ad una prospettiva cosmica. L’universo emerge in me come un bisogno, come un progetto, come una via nella quale può procedere e nella quale, in quel punto focale di cui l’uomo costituisce la tensione e l’intenzionalità, pone in gioco tutto se stesso. L’uomo che si riconosce investito del significato del cosmo, che sente la propria responsabilità per il senso del processo universale, riconosce la dignità di ogni prospettiva e di ogni forma, dei minerali, dei vegetali, degli animali, delle cose e delle persone. E’ questa la pietas verso l’intenzionalità, l’accettazione del misterioso piacere che ci lega alle cose, nel quale vibra sempre la ricerca dell’essenza, della continua correzione, dell’armonia».

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