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Azienda Sociale divisa sul
nuovo statuto: 24 sindaci
di centrodestra dicono no

Ad un anno dalla presentazione ai sindaci del nuovo statuto dell’Azienda Sociale Cremonese, non c’è ancora unanimità sul testo finale ed anzi crescono le contestazioni da parte della metà dei Comuni soci. Nell’ultima assemblea, la scorsa settimana, 24 sindaci, quasi tutti di centrodestra hanno sottoscritto un documento di osservazioni all’ultima versione della bozza, mettendo anche in discussione il ruolo del capoluogo. La richiesta fatta al presidente dell’assemblea dei Gianluca Galimberti e al presidente del cda Guseppe Tadioli è di tornare a riunirsi per ridiscutere i passaggi più critici; programmata una nuova riunione anche alla presenza del tecnico che ha redatto la nuova versione dello statuto. L’intenzione del Cda è di arrivare all’approvazione entro la fine dell’anno, per poi procedere con le operazioni i rinnovo del Cda stesso. Ma non sembra così scontato che i tempi possano essere rispettati: il nuovo testo infatti deve passare al vaglio di tutti i consigli comunali e il tempo ormai stringe.

La questione, al di là del merito delle osservazioni, ha una valenza politica in quanto evidenzia una forte spaccatura interna all”azienda che si occupa di regolare il sistema dei servizi sociali per renderli il più possibile omogenei sul territorio, progettando attività e gestendo i fondi regionali e statali del welfare. Le critiche alla bozza provengono come si diceva da 24 comuni sui 47 soci dell’azienda: Acquanegra, Azzanello, Bordolano, Cappella Cantone, Cappella de Picenardi, Casalmorano, Castelvisconti, Corte de Cortesi, Derovere, Formigara, Gabbioneta Binanuova, Grontardo, Isola Dovarese, Ostiano, Pescarolo, Pieve d’Olmi, Pizzighettone, Pozzaglio, Robecco d’Oglio, San Bassano, Scandolara Ripa d’Oglio, Spinadesco, Vescovato, Volongo.

Le osservazioni “in puro spirito costruttivo e non ostruzionistico”, come spiega il sindaco di Pieve d’Olmi Attilio Zabert, sono parecchie. Si va dalla possibilità di istituire la figura dell’amministratore unico, al posto del cda, alla modifica del sistema di validazione delle delibere: “Attualmente  – spiega Zabert – affinché una decisione dell’assemblea sia valida occorre la presenza del 30% del capitale sociale e del 50% dei Comuni, mentre nella nuova versione viene mantenuto solo il requisito del capitale sociale: “Si crea così la paradossale situazione – si legge nelle osservazioni –  per cui un’assemblea potrebbe ritenersi valida con la sola partecipazione del rappresentante del Comune di Cremona che detiene una quota di partecipazione superiore a quella minima indicata”.

E proprio sul ruolo di Cremona verte l’atto di accusa più politico dei 24 sindaci: “Cremona ha sempre tenuto i piedi in due scarpe – afferma Zabert – nel senso che partecipa all’azienda consortile ma allo stesso tempo gestisce anche in proprio i servizi sociali. Cremona è il Comune capoluogo, è giusto che abbia un ruolo di guida in questo come per altri settori. Però deve decidere se partecipare pienamente all’azienda e quindi pagare le quote nella stessa misura in cui le pagano gli altri comuni, oppure uscire”. E cita l’esempio di Crema, città capofila dell’analogo consorzio cremasco, “che paga le stesse quote degli altri comuni”. “L’azienda sociale , continua il sindaco, è nata per garantire omogeneità nel trattamento delle persone, per fare in modo che chi si rivolge a un servizio, da qualunque parte abiti, abbia le stesse possibilità di essere accolto. Lo statuto deve garantire questa omogeneità”.

“Crediamo – si legge nelle osservazioni – sia indispensabile chiarire il ruolo e la presenza del Comune di Cremona all’interno della compagine aziendale, rappresentando il capoluogo di provincia e l’Ente di riferimento dell’ambito cremonese. Fino ad oggi il Comune di Cremona, pur detenendo la quota di partecipazione maggiore, utilizza solo marginalmente i servizi erogati, contribuendo conseguentemente in modo significativamente inferiore rispetto agli altri Comuni soci in termini pro capite”.

“Ci vede nettamente contrari – si legge ancora – l’introduzione dell’opzione dell’Amministratore unico al posto del CDA, trattandosi di una società consortile pubblica. Riteniamo invece che la forma migliore di governo sia rappresentata appunto da un CDA, peraltro gratuito, costituito da figure con una riconosciuta capacità tecnica in materie sanitarie sociali ed economiche che possano al meglio attuare gli indirizzi indicati dall’assemblea dei soci e dal comitato ristretto. Per tali premesse riteniamo che debba essere espressamente esclusa la possibilità di nominare all’interno del CDA amministratori in carica e i dipendenti di imprese ed associazioni esercenti attività concorrenti o comunque connesse ai servizi sullo stesso territorio”.

I 24 sindaci chiedono quindi di “riformulare la nuova proposta di statuto dando ai Comuni il tempo necessario a raggiungere la massima condivisione; provvedere al rinnovo del CDA nell’attuale composizione di 5 membri per garantire la piena operatività dell’Azienda”. g.b.

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