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Il prof. Colalucci a Cremona:
'Così ho restaurato la
Cappella Sistina'

Una lezione di restauro, di storia e di umanità. L’incontro con il professor Gianluigi Colalucci, autore del più importante restauro del XX secolo cioè l’intervento durato dodici anni sulla Cappella Sistina è stato davvero una grande occasione per Cremona, quella di incontrare uno dei protagonisti della cultura artistica italiana e mondiale nel continuo confronto con l’arte dei grandi pittori. La sala Puerari era strapiena, tanti i giovani per questo primo incontro promosso dalla Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per le province di Cremona, Mantova e Brescia e introdotto dal professor Gabriele Barucca che ha anche spiegato perché ha voluto questa serie di incontri con i maestri del restauro. Tra l’altro Barucca ha ricordato come il professor Colalucci stia seguendo passo passo il recupero artistico dell’ex convento di Santa Monica che, grazie alla Fondazione Arvedi Buschini, diventerà tra poco la sede cremonese dell’Università Cattolica.

Il racconto di Colalucci, classe 1929, è volato via come un romanzo. Le sue esitazioni, i suoi timori, le sue preoccupazioni, poi il primo passaggio timido con un fazzoletto di carta che si è impregnato di nerofumo rivelando come una semplice pulitura avrebbe potuto riportare gli affreschi al colore originale. Niente di irreparabile, nessun danno come accaduto in passato quando furono necessari contrafforti per impedire il collasso della volta su quelle mura larghe tre metri. Una buona ripulitura per farli riapparire come Michelangelo li aveva concepiti (chiari, brillanti, quasi plastici come una scultura) ma completamente diversi rispetto a come eravamo abituati a conoscerli, quasi color caffé latte, come diceva Federico Zeri.

Colalucci ha raccontato il lungo cammino del restauro sotto le telecamere della Nippon Television Network Coroporation che aveva provveduto a dare la maggior parte dei fondi per il cantiere (4,2 milioni di dollari) in cambio dei diritti cinematografici. Interessante anche il racconto dello strano ponteggio a carro ponte che si muoveva su rotaie con i pali di sospensione innestati negli stessi fori utilizzati da Michelangelo per i suoi ponteggi con travi di legno.

Tutta la Cappella Sistina era coperta da uno strato di sporco secolare costituito dal fumo delle candele di sego, cera e fuliggine. Dal tetto entrava in continuazione acqua che aveva portato sali dalle malte dell’edificio depositandoli poi per evaporazione sulle volte affrescate. Problemi erano poi derivati da vecchi restauri che avevano scurito l’affresco. Esami accurati dimostrarono poi come nonostante i depositi di fuliggine, le infiltrazioni, i cedimenti strutturali e i cattivi restauri, la sottile pellicola pittorica degli affreschi di Michelangelo erano da ritenersi in eccellenti condizioni.

Dopo un primo intervento fisico, consistente nel riattaccare le parti di pigmento distaccate, si è poi passato al lavaggio con solventi e acqua distillata applicati con una tempistica precisa.
Ne è emersa la grandezza di colori (quel cielo a lapislazzuli) di Michelangelo e quella sua capacità di rendere tridimensionale il dipinto utilizzando la tecnica di messa a fuoco del punto centrale usato secoli più tardi con i dagherrotipi e la fotografia. Estremamente interessante è stata la definizione di Colalucci (dimostrato anche visivamente con alcune diapositive) del Michelangelo artista: usava il pennello come uno scalpello e viceversa. A cui Mario Marubbi, conservatore della Pinacoteca di Cremona, ha aggiunto: “Michelangelo era un pittore che dipingeva come uno scultore e uno scultore che scolpiva come un pittore.

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