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Le scoperte del cremonese
Fromond e le lodi di Benjamin
Franklin e Alessandro Volta

di Marco Bragazzi

La Cremona durante il secolo dei lumi e delle scoperte scientifiche. Il campanile della chiesa cittadina dei Santi Siro e Sepolcro da secoli osserva l’attuale piazza Giovanni XXIII con la rilassante tranquillità di un luogo dedicato alla preghiera. Quel campanile, ricostruito ‘sulla carta’, ma non solo, dal fisico e politico americano Benjamin Franklin per i suoi esperimenti può raccontare parte della storia del secolo dei lumi cremonese.

Per affrontare questo piccolo, ma significativo, passaggio dobbiamo provare a vedere le cose con un’ottica diversa, probabilmente lo stesso ragionamento che fece il fisico e chimico cremonese Giovanni Francesco Fromond. Il cognome non propriamente cremonese non deve ingannare, Fromond era nato in città nel settembre del 1739 proprio quando il secolo dei lumi prendeva quel vigore necessario in grado di aprire la strada alla storica rivoluzione industriale. Fin da giovanissimo Giovanni Francesco viene indirizzato agli studi ecclesiastici nel collegio dei Gesuiti ma, più che nella teologia, dimostra un talento e una motivazione enorme per l’alchimia completando un ciclo di studi diventando canonico presso i frati Dominicani.

Fromond si affaccia al nascente mondo della scienza quasi praticamente autodidatta, comincia a lavorare sulle sue teorie ed entra in contatto con i maggiori scienziati europei dell’epoca, il suo lavoro si rivolge ad un settore in forte espansione e praticamente sconosciuto, quello dell’ottica. Con Franklin condividerà le prime teorie sul passaggio della energia elettrica ma, come per quasi tutti gli amanti della scienza, il desiderio irrefrenabile della scoperta lo porterà a girare mezza Europa alla costante ricerca di conferme o idee su come la luce riesca ad attraversare i materiali. In Inghilterra impara l’inglese con una rapidità quasi inquietante studiando nuove teorie sui cristalli e sui tipi di vetro allora sconosciuti, alcuni fisici italiani lo considerano “un eccellente dilettante”, ma si parla pur sempre di una persona che, a poco di più di 30 anni, è titolare del gabinetto di fisica della Lombardia a Milano e di ottica al Ginnasio di Brera. Fromond studia, capisce e costruisce, entra in contatto e riceve lettere entusiaste dal padre della fisica italiana Alessandro Volta, ovvero l’inventore della pila, oltre che le lodi dello stesso Franklin.

Il suo lavoro non si ferma alla sola ricerca pura e semplice, la sua smania di costruire lenti che possano migliorare la vita delle persone e di poter aprire nuovi corsi scientifici nello studi della luce è incredibile. Con le sue ricerche potenzia le capacità delle lenti dei cannocchiali rendendo il lavoro più agevole agli astrofisici, scrive e pubblica poco o nulla quasi come se non ne avesse tempo, si limita a scambiare i suoi studi in via epistolare con alcuni dei più grandi inventori del secolo dei lumi tanto da lasciare a bocca aperta buona parte della platea scientifica del XVIII secolo. La sua rivoluzione sarà la scoperta di quel fenomeno, che tutti noi abbiamo provato e ammirato già da bambini, della rifrazione della luce attraverso un vetro, ovvero quando la luce che osserviamo si scompone in vari fasci multicolore.

Per arrivare a questo Fromond mette a punto lenti che sono il frutto della sua preparazione nella chimica dei materiale affiancata alle sue scoperte nella fisica legata alla luce. Il risultato sarà una cassetta, visibile al Museo della Storia dell’Università di Pavia, di vetri ottici multicolore in grado di far passare la luce in maniera differente a seconda del loro utilizzo. Il “demone” della ricerca che lo attanagliava fin da bambino sarà anche la sua fine, morirà il 16 luglio 1785 nella sua Cremona verosimilmente intossicato dal piombo, metallo che utilizzava per cercare di migliorare le qualità delle lenti, lasciando tante ricerche poi sviluppate da altri scienziati, nessuna pubblicazione e quel campanile della chiesa dei Santi Siro e Sepolcro che lo aveva ispirato nel suo percorso all’interno del secolo dei lumi.

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Commenti
  • Alea iacta est

    E in 235 anni dalla morte, la politica non è riuscita a dedicargli una via???? Incredibile….

    • Abiff

      I politici di oggi non sanno nemmeno lontanamente chi sia. Perfino Stradivari ha avuto difficoltà a farsi intitolare una piazza.

  • Abiff

    Bellissima ricerca, grazie!