Cronaca
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Delitto di Gloria, il medico legale: 'Morta dissanguata, si sarebbe potuta salvare'

L'imputato con l'avvocato Bodini

La piccola Gloria è morta per dissanguamento, le ferite al polmone e all’addome non erano mortali e se tempestivamente soccorsa si sarebbe potuta salvare. E’ la sintesi di quanto riferito dal medico legale Margherita Fornaciari, una delle testimoni sentite stamattina nell’aula della Corte d’Assise di Cremona nell’ambito del processo nei confronti dell’ivoriano Kouao Jacob Danho, 38 anni, il padre della bimba di due anni accusato di averla uccisa. Il medico ha riferito che alla piccola sono state inferte con un coltello da cucina due ferite: “una a livello toracico e una a livello addominale, che hanno continuato a sanguinare causando un dissanguamento interno lento ma continuo”. “Se soccorsa in tempo”, ha riferito la Fornaciari, “le probabilità di sopravvivenza sarebbero state elevatissime”. L’ora della morte è stata stimata tra le 10 e le 13 del 22 giugno del 2019, molto probabilmente più verso le 13, e il decesso è avvenuto a distanza di 8-11 ore rispetto al ritrovamento del cadavere”. Dunque Gloria ha sofferto un’agonia della durata stimabile tra la mezz’ora ed alcune ore, forse tre”. Dopo aver ucciso la figlia, Danho si era accoltellato a sua volta. “Le ferite erano cinque”, ha riferito il medico legale, “tutte nell’addome e tutte autoinferte. Una sola era un pò meno superficiale delle altre in quanto andata oltre la parte addominale”. Con quanto dichiarato oggi in aula dalla Fornaciari si è detto concorde il consulente nominato dalla parte civile, Franco Gianzini.

L’omicidio si era consumato il 22 giugno del 2019 nell’appartamento di via Massarotti dove l’ivoriano si era trasferito dal primo giugno del 2019, mentre l’ex compagna e la figlia erano ospiti di una casa protetta. Il 38enne aveva confessato il delitto tempo dopo i fatti, mentre in un primo tempo aveva puntato il dito contro un fantomatico rapinatore.

A ricostruire le indagini e i rilievi è stato il luogotenente carica speciale Nicola Caroppi, della sezione di polizia giudiziaria presso la procura. La chiamata di emergenza era arrivata ai soccorsi alle 17,53 di quel giorno da parte di Serge, collega di lavoro dell’imputato. Sul posto erano accorsi i medici del 118 e una pattuglia del Nucleo radiomobile dei carabinieri. La porta di casa era stata aperta dalla proprietaria dell’appartamento, mentre lo stesso Danho, che si era chiuso a chiave dentro la camera da letto, aveva aperto ai soccorritori. Lui era a terra ferito a torso nudo, mentre sul letto c’era il corpo della bambina coperto fino al collo da un lenzuolo bianco. “C’era disordine e tracce di sangue essiccato”, ha raccontato il luogotenente, “mentre il lenzuolo era pulito. Il padre di Gloria era stato portato in ospedale e sottoposto ad un intervento chirurgico. “Era cosciente e poco collaborativo, tanto che non aveva nemmeno indicato l’arma con la quale si era ferito”. Il coltello, come ha spiegato successivamente il maresciallo capo Fulvio Colasante, era stato trovato sul lato sinistro del letto sotto una trapunta e aveva tracce di sangue sul manico e sulla lama, lunga 28 centimetri. “Tutte le tracce”, ha riferito il luogotenente Caroppi, “erano riconducibili a Danho e alla bambina”.

In aula sono stati illustrati tutti gli spostamenti dell’imputato che il giorno dell’omicidio era andato a prendere Gloria nella struttura protetta alle 9,43. Padre e figlia avevano attraversato il centro cittadino, si erano fermati dal fruttivendolo a comprare delle banane, al mercato a prendere degli indumenti per la bambina e dal tabaccaio, dove Danho aveva comprato dei chupa chupa per la piccola. Alle 10,20 erano entrati nell’abitazione di via Massarotti. Alle 17,47 l’imputato aveva chiamato il collega Serge dicendo di non sentirsi bene e chiedendogli di chiamare i soccorsi.

Anche oggi, così come la scorsa udienza, Danho, operaio alla Magic Pack di Gadesco, rinchiuso nel carcere di Pavia, era presente in aula ad assistere al processo. A difenderlo ci sono gli avvocati Giuseppe Bodini e Michele Tolomini, mentre l’ex compagna Audrey Isabelle, mamma di Gloria, si è costituita parte civile attraverso l’avvocato Elena Pisati. Il processo è presieduto dal presidente del tribunale Anna di Martino affiancata dal collega togato Francesco Beraglia e da sei giudici popolari, tre uomini e tre donne. Sia l’imputato che l’ex compagna saranno sentiti nel corso della prossima udienza, fissata al 12 ottobre.

Il movente è quello della vendetta: Jacob ha ucciso Gloria per vendicarsi dell’ex compagna che non ne voleva più sapere di tonare con lui, infrangendo tutti i suoi sogni di poter tornare a ricostruire la sua famiglia.

La coppia si era conosciuta in Libia nel 2016, anno in cui, secondo la ricostruzione effettuata dalla squadra investigativa della procura, avevano compiuto il viaggio migratorio verso l’Italia. In terra d’Africa avevano stretto la loro unione fondata su ‘un forte patto di lealtà’, come riferito dalla stessa Isabelle. Quest’ultima, in sostanza, aveva nei confronti nel convivente un ‘debito di gratitudine legato al fatto che loro si erano conosciuti in Libia e che probabilmente lui l’aveva salvata o comunque protetta da una situazione di grave pericolo’. La donna aveva sempre saputo che il compagno aveva lasciato in Costa d’Avorio due figli avuti da un precedente matrimonio, e che lui spediva in patria denaro per il loro sostentamento. Non sapeva, però, che il 38enne aveva un’ulteriore figlia, una situazione che aveva generato nella coppia non pochi contrasti, fino ad arrivare al 22 febbraio del 2019, quando, durante un litigio, lui l’aveva colpita con un forte schiaffo all’orecchio, causandole lo sfondamento del timpano destro. Lei non aveva presentato denuncia, ma la polizia locale aveva comunque avviato la procedura per collocare lei e Gloria in una struttura protetta. Le due non si erano più ricongiunte con Jacob, anche se Isabelle non aveva mai vietato a Jacob di vedere la bambina.

In aula sono state sentite le responsabili della struttura protetta ‘Il Focolare’ e la psicologa dei servizi sociali del Comune. All’inizio, quelli con Danho e la bambina erano incontri protetti, poi erano diventati liberi, tanto che padre e figlia erano già usciti insieme dalla struttura prima del 22 giugno. Ciò che è emerso da tutte le testimonianze è che la mamma della piccola, una donna con un buon livello di istruzione, una contabile con un lavoro presso un centro anziani, non voleva più tornare con  Danho, “anche perchè”, secondo la psicologa, “a parte l’episodio dello schiaffo lui non le dava spazio decisionale come moglie e come donna”. Lei, comunque, non aveva mai ostacolato il rapporto tra padre e figlia. “Lo riteneva un bravo papà”.

Sara Pizzorni

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