Cronaca
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Due sorelle trascinano la madre in tribunale per maltrattamenti 'Vivevamo recluse in camera'

Aggressioni e violenze verbali, umiliazioni, privazioni, insulti, e tanta paura. Un inferno, quello raccontato oggi in aula da due sorelle che hanno sporto denuncia contro la propria madre. La donna è finita a processo per maltrattamenti in famiglia, e oggi, in veste di imputata, seduta al fianco del suo avvocato, ha assistito alla deposizione shock delle proprie figlie, all’epoca dei fatti di 17 e 16 anni.

L’imputata e il marito, genitori di tre figlie, si erano separati nel 2015. In seguito il padre era andato a vivere con la figlia maggiore, mentre le altre due con la madre. “Vivevamo recluse in camera nostra”, hanno detto le due ragazze, che avrebbero subito maltrattamenti fino al 2019. “Se dovevamo stendere lo dovevamo fare in camera nostra o in garage, perchè alla mamma le nostre cose davano fastidio. Potevamo solo stare in camera nostra o in bagno, non potevamo nemmeno usare la lavatrice”. “La mamma mi diceva che la mia presenza era urticante”, ha detto la maggiore, “e mi chiedeva quando me ne sarei andata di casa”.

La ragazza, che nel frattempo si era trovava un lavoro in una pizzeria e in un fast food, ha raccontato che con la sorella chiudeva a chiave la camera perchè aveva paura che la madre buttasse via tutto. Secondo il racconto delle due figlie, la donna non voleva vedere in giro nulla che appartenesse alle due ragazze. Ad esempio i vestiti: “La nostra roba le faceva schifo”, hanno detto le due sorelle. “Quando tornavo a casa la notte”, ha raccontato la maggiore, “trovavo la porta di casa chiusa. Arrivavo tardi perchè in pizzeria facevo i turni di sera”. Ad aprirle, di nascosto, era la sorella. “Vivevamo perennemente chiuse in camera. Tutte le nostre cose erano stipate lì”.

In aula, tra i tanti episodi raccontati, anche quello accaduto il 30 maggio del 2019: “Ho steso i miei vestiti”, ha spiegato la più giovane, “e ho appeso l’accappatoio al frigorifero perchè era più alto rispetto allo stendino e non toccava terra. Quando la mamma mi ha visto c’è stata una discussione. Lei mi ha preso per i capelli e mi ha spintonato, poi ha preso la sedia e ha cercato di colpirmi, dopodichè mi ha lanciato lo stendino. Io mi sono chiusa in camera e lei mi ha inseguito e continuava a battere contro la porta”.

“Ancora oggi”, ha detto la ragazza più grande, “ho attacchi di panico e di ansia”. “Mi diceva che ero una buona a nulla”, ha raccontato l’altra sorella. “Che avrei dovuto sposare un milionario perchè non ero capace di gestire la casa, che non ho mai fatto nulla nella mia vita, che non ero sua figlia e che non avevo diritto di parola”.

Un giorno, senza dire nulla, l’imputata se n’era andata di casa. Era rimasta fuori per un anno e mezzo, lasciando le figlie con la casa vuota e senza soldi. “Ho perso 10 chili”, ha riferito la più giovane, “non mangiavamo bene. Siamo praticamente cresciute da sole. E’ vero, pagava lei il mutuo e mi versava le spese universitarie, ma non poteva essere definita una madre. Tanto che non l’ho voluta nemmeno alla mia laurea”.

Tante le domande che le parti in causa hanno rivolto alle due ragazze, che a processo si sono costituite parte civile: una su tutte, il ruolo del padre. “Perchè non siete andate a stare con lui, perchè non lo avete messo al corrente di quello che stavate vivendo?”, è stata una delle domande del giudice. “Nostro padre abitava con l’altra nostra sorella in un appartamento piccolissimo. Non potevamo starci tutti. E poi non volevamo preoccuparlo o creare ulteriori contrasti”.

Altri testimoni, tra cui il padre, con il quale ora le ragazze vivono in un’altra casa, saranno sentiti nell’udienza del prossimo 10 giugno.

Sara Pizzorni

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