Cronaca
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Suinicoltura in crisi tra fake news,
burocrazia e scarsa redditività

Il punto sui problemi del settore è stato fatto nel corso di un'affollata assemblea di allevatori nella sala Stradivari della Fiera di Cremona

In un’affollata assemblea di allevatori suinicoli, come da tempo non si vedeva nella sala Stradivari della Fiera di Cremona, giovedì sera è stato lanciato un forte allarme sul futuro della suinicoltura nazionale. Lo ha fatto, in oltre due ore di un intervento appassionato e denso di dati e contenuti, Rudy Milani, presidente della Sezione suinicola di Confagricoltura, di fronte a circa 200 allevatori provenienti da tutta la Val padana, principalmente lombardi, con l’organizzazione di Confagricoltura Lombardia.

Ne è emerso come il comparto sia gravato da diversi problemi, di ordine sociale, economico e burocratico. I primi derivano da un atteggiamento sempre più di diffidenza, per non dire ostile, da parte della società e delle sue vedute sui consumi di carne e sulle modalità di gestione degli allevamenti. Atteggiamento molto preoccupante di carattere generale ed internazionale, se, come ha riferito Milani, alcuni Stati europei come Germania ed Olanda stanno finanziando le chiusure permanenti degli allevamenti suinicoli. Non per aspetti economici legati alla disponibilità della carne, ma per questioni ambientali e per corrispondere alle richieste della società. E se questo accade in Germania ed Olanda, dove il consumo della carne suina è tra i più elevati, c’è veramente di che essere preoccupati per il futuro del comparto. Anche nel nostro paese? Non è ancora chiaro, ma il quadro specifico dipinto da Milani non è dei più incoraggianti.

Quadro che negli ultimi anni è stato gravato da una serie di problemi che si sono accumulati e la cui soluzione richiederebbe una riforma complessiva della filiera suinicola nazionale ma che invece vengono affrontati singolarmente, intrecciandosi l’un l’altro e che vanno ad incagliarsi nelle norme dettate dai disciplinari di produzione delle Dop, principalmente per le nostre zone dei prosciutti di Parma e San Daniele. Ma non deve essere dimenticato che a livello nazionale le Dop della filiera suinicola sono ben trenta.

Primo problema, la gestione dei cosiddetti fuori peso. Sono i suini, le cui carcasse, al macello eccedono i pesi consentiti dai disciplinari, oggetto di stringenti controlli con relative sanzioni, anche pesanti.  La questione è oggetto di una riforma in corso i cui esiti potrebbero essere anche più penalizzanti dal momento che sembra si passi da un controllo basato sul peso medio della partita ad uno individuale. Se nel primo caso poteva essere più semplice rientrare nei limiti, nonostante le apparenze, un approccio individuale potrebbe essere più complicato andando a riguardare il 100% dei soggetti. Su questo aspetto una simulazione basata sulle macellazioni avvenute indica che i “fuori peso” riguarderebbero ben il 28% delle partite. Considerando i 168 kg di peso morto per ogni singolo capo, si andrebbe al 5% di soggetti pari a circa 400mila suini fuori norma.  Altro aspetto a cui prestare la massima importanza, sempre in relazione al rispetto dei disciplinari di produzione, è relativo alla composizione della razione alimentare, i cui componenti devono sempre essere calcolati in termini di sostanza secca. Il rischio che si corre è di avere i soggetti “smarchiati” da parte degli ispettori.

Secondo problema, la questione genetica. Vale a dire le linee genetiche dei riproduttori ammesse dai disciplinari alla produzione delle Dop. La cosa si complica ulteriormente a causa di una brutta vicenda che risale al 2017, definita in gergo “prosciuttopoli” che aveva fatto emergere l’uso di alcune linee genetiche di riproduttori non ammesse da parte dei disciplinari. Il che comporta l’esclusione dei prosciutti derivati dalle cosce dalla marchiatura dei Consorzi di tutela delle Dop. La questione, anche in questo caso oggetto di una riforma, non è ancora del tutto chiarita e bene definita. Anzi, si sono generati altri problemi. Di due livelli: uno che riguarda direttamente gli allevatori, in particolare quelli che producono suinetti e che si troverebbero ad avere le linee genetiche femminili, al di fuori delle certificazioni necessarie dal momento che queste sono sempre passate in secondo piano. E l’altro riguarda le case produttrici di riproduttori che, in virtù delle nuove norme, si sono viste bocciare ben 21 istanze di approvazione su 25. E la cosa ha ricadute economiche importanti e non è scevra anche da qualche polemica politico sindacale visto che il Mipaaf aveva affidato il compito di verificare la congruità delle linee genetiche da ammettere ad Anas e al Crea. Ma Anas, l’associazione di specie, che è deputata alla gestione del Libro genealogico della specie suina, ma anche produttrice di sue linee genetiche, avrebbe dei seri problemi di conflitto di interessi. Il caso, ormai emerso in tutta la sua gravità, è stato affrontato in una recente riunione al Ministero con tutti i portatori di interesse. Gli allevatori hanno presentato le loro preoccupazioni e i dubbi sulle ipotesi di soluzioni proposte.

L’incontro si è chiuso con un accenno alla richiesta da parte dell’Unione europea, dopo l’eliminazione della pratica del taglio code, anche della soppressione dell’uso delle gabbie nella sala parto. Di certo se la suinicoltura nazionale vuole continuare ad essere un settore trainante dell’agricoltura nazionale e della produzione di alcune specialità alimentari, non è pensabile recedere da alcuni indici di produttività aziendale che invece verrebbero compromessi dall’adozione di alcuni criteri “innovativi”, genetici o gestionali o sociali che siano. red.agr.

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