Economia
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La zootecnia lombarda in una crisi
che ha ben pochi precedenti

Non si riesce a definire il prezzo del latte alla stalla, l'avicoltura si deve riprendere da una grave epidemia di influenza aviaria, i suinicoltori temono per la diffusione della peste suina africana, i costi aumentano e le imprese sono senza liquidità

La zootecnia lombarda sta attraversando una crisi che ha avuto ben pochi precedenti: il latte alla stalla con un prezzo che non si riesce a stabilire, la suinicoltura scossa dal timore di una diffusione di una epidemia di peste suina africana, portata da cinghiali che già di per sé costituiscono un problema; ed infine l’avicoltura, l’unico comparto zootecnico del nostro paese autosufficiente, alle prese con una complicata ripartenza dopo una pesante epidemia di influenza aviaria che ha toccato anche il Cremonese.

Per il latte ci potrebbe essere una svolta decisiva in questi giorni, dopo che Granarolo ha deciso di retribuire il latte dei suoi soci a 48 centesimi, una decisione importante che vuole andare incontro ai produttori. L’iniziativa è stata molto apprezzata dalle rappresentanze agricole con l’auspicio di potere indirizzare i prezzi del latte alla stalla verso una stabilizzazione ad importi compatibili con i costi di produzione del latte. Ma i segnali che arrivano da Assolatte non sembrano proprio andare in questa direzione, stando al comunicato emesso dall’organizzazione di rappresentanza degli industriali del latte, con cui si lamenta l’incremento dei costi di produzione e si chiedono al governo misure straordinarie per fronteggiare la situazione in tutta la filiera. Certamente non un segnale incoraggiante per i produttori.

Nel frattempo, i grandi gruppi della distribuzione, approfittando dell’abbondanza di latte sul mercato, si danno battaglia nei supermercati a colpi di grandi sconti e ribassi per la vendita del latte al dettaglio. Si vedrà nei prossimi giorni se questa situazione di stallo si modificherà e, nel caso, in quale direzione. Intanto gli allevatori stanno attuando una rimonta accelerata, eliminando gli animali meno produttivi e riducendo le spese alimentari.

L’avicoltura nazionale, per lo più concentrata nelle regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, ha subito un colpo gravissimo a causa della epidemia di influenza aviaria scoppiata nello scorso novembre. Sono stati colpiti, direttamente o indirettamente, ben 1.600 allevamenti e abbattuti circa 15 milioni di capi. E’ ormai terminato il censimento dei danni subiti: da un primo bilancio di parla di circa duecento milioni, suddivisi equamente a metà tra quelli per abbattimento dei capi negli allevamenti colpiti e per mancata produzione legata alle misure restrittive adottate da governo e regioni per il contenimento della diffusione della epidemia. Con il 31 marzo cessa lo stato di emergenza e si dovrebbe ripartire con le produzioni, ma la prudenza è d’obbligo.

Ma vi è anche un altro problema che condiziona la ripresa produttiva e preoccupa la filiera: la mancanza di liquidità delle aziende colpite a causa dei tempi lunghi dei ristori previsti che, in buona misura, in particolare per i danni indiretti, devono essere autorizzati da Bruxelles. Questo determina un prolungamento della sofferenza del comparto che comprende uova, carne di pollo, tacchino, gallina e anche specie minori quali anatre e faraone. Sempre per il settore avicolo, è di questi giorni la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale di un piano straordinario per la prevenzione dell’influenza aviaria nel 2022.

Infine la suinicoltura, già in affanno a causa dei prezzi, che si trova a fronteggiare una situazione di emergenza a causa di alcuni focolai di Psa (peste suina africana) scoppiati nei mesi scorsi tra Liguria e Piemonte e riscontrati in carcasse di cinghiali. Il timore che la Psa possa diffondersi in allevamenti professionali di suini è altissimo e le conseguenze sarebbero incalcolabili con il blocco delle movimentazioni dei suini e anche delle merci derivate. Per cercare di evitare questa possibilità il governo ha nominato un commissario straordinario nella figura di Angelo Ferrari, direttore sanitario dell’Istituto zooprofilattico sperimentale del Piemonte Liguria e Valle d’Aosta. In ogni caso, alcuni paesi dell’area europea, certamente anche in modo strumentale, hanno già annunciato misure restrittive sul piano commerciale nei confronti della filiera suinicola nazionale.

Nel frattempo, sul piano economico, continuano le diatribe in ambito della Cun suini. Nell’ultima seduta i commissari di rappresentanza allevatoriale hanno firmato un documento in cui invitano gli allevatori a non vendere a prezzi inferiori a 1,66 euro/kg oltre a Iva e premi. Ma stanno facendo molto discutere anche i disciplinari dei consorzi di tutela in via di revisione ed i relativi controlli. In particolare legati alla genetica e all’uso di verri aziendali.

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