Cronaca

Svitlana, da 5 anni a Cremona:
"Tornerò a Mariupol distrutta"

Il suo più grande timore? Che alla fine si concretizzi la minaccia della bomba atomica. Silvana, Svitlana in ucraino, nata a Mariupol, in Italia da vent’anni e da cinque a Cremona, dove lavora come badante in una famiglia, fa scorrere sul telefonino le immagini della sua città, irriconoscibile dopo i bombardamenti. “Ecco, questo era il viale dove sono stata con mia madre la scorsa estate, l’ho convinta a fatica a vendere casa e trasferirsi da me, al nord, a Tlumach. Non voleva lasciare Mariupol. La nostra casa adesso non esiste più”.

Quelle immagini che scorrono veloci, di un’estate assolata e prati verdi ben curati, contrasta terribilmente con la foto satellitare di un quartiere completamente raso al suolo. Non è rimasto in piedi neanche il condominio dove ha vissuto per 18 anni, a una fermata di autobus da uno dei policlinici bombardati e vicino a una caserma. Molto probabilmente la persona che aveva acquistato l’appartamento della madre non è sopravvissuta. “Non so che fine abbia fatto la sua vicina, l’ho chiamata, ma non risponde”.

Silvana ha uno sguardo forte, lei, nata nel 1965 in pieno regime sovietico, ma gli occhi le si riempiono di lacrime quando pensa alla sua città.  Ne esalta la bellezza, le ristrutturazioni avvenute negli ultimi anni, ci mostra la foto della nipotina che gioca davanti al teatro, un paio di anni fa, quel teatro sotto le cui macerie  hanno perso la vita 300 persone che erano andate a cercare riparo.

“E’ lì che voglio tornare”, dice, anche se adesso si sente per metà italiana.  Ma intanto sono le due nuore e i nipotini ad averla raggiunta qui a Cremona, lo scorso 12 marzo, uno dei primi arrivi di profughi nella nostra provincia. I bambini hanno 2 e 6 anni, fratello e sorella; e il cugino di 14 anni. I due figli di Silvana invece sono rimasti là, non sarebbero potuti partire neppure volendo. Ivan, il maggiore, è un esperto piastrellista, una foto lo ritrae sorridente, qualche anno fa, con dietro la Torre Eiffel, in uno dei viaggi di lavoro. Vadim, il maggiore, ha un’officina meccanica. Oggi sono arruolati nelle Forze Armate Territoriali, imbracciano i fucili che prima utilizzavano come Guardie ecologiche volontarie.

E’ stata Silvana ad insistere che le loro mogli coi bambini lasciassero il paese al più presto, perchè sentiva che i russi avrebbero attaccato.  “La sera prima erano in pizzeria, non c’era assolutamente un clima di guerra. Io invece me lo sentivo, a convincerli alla fine sono stati i missili sopra la nostra casa”. E’ stato così che le due giovani madri si sono dirette verso il confine con l’Ungheria, un po’ in pullman, un po’ a piedi; hanno perso i bagagli nell’aiutare altri civili in fuga, e sono arrivati a Cremona con poco o nulla, qualcuno senza scarpe. All’inizio sono stati ospitati nella mansarda della famiglia dove vive Silvana: “Erano scioccati,  vedere gli occhi sbarrati dei bambini è impressionante. Il più piccolo non accettava altro cibo se non i latte a cui era abituato, ci abbiamo messo un bel po’ a trovarlo, alla fine ce l’abbiamo fatta”. A parlare è la figlia dell’anziana assistita da Silvana, esempio di generosità e accoglienza che non vuole assolutamente farsi riconoscere.

“Sono stati da noi per venti giorni, persone di una dignità assoluta, bambini educatissimi, anche se visibilmente provati. Nella nostra mansarda non c’era più niente, avevamo appena smontato la cucina, ma qui hanno iniziato a riprendersi, anche se con  molta fatica, non li sentivamo mai. Poi, grazie a Fondazione Città di Cremona, è stato messo a disposizione un appartamento tutto per loro e vi si sono trasferiti. Se adesso, da pochi giorni, i bambini sono tornati a sorridere, è perchè si è mossa una catena di solidarietà imponente: dalla protezione civile di Malagnino, che ha fornito i primi aiuti, materassi, reti, pannolini; e poi il medico Riccardo Merli e la dottoressa Calvaruso, il Rotary Club Monteverdi con il presidente Luciano Pozzi, che ha allestito la cucina nel nuovo appartamento e l’ha arredato; l’associazione Giorgio Conti  e in particolare Giuseppe Conti; e ancora le cooperative sociali che fanno riferimento a don Alberto Mangili, ma anche tantissimi singoli, miei ex colleghi e conoscenti”.

Ora ci sarà molto da lavorare per far capire, soprattutto ai bambini, che non faranno ritorno molto presto a casa. Per ora non si stanno integrando, non sono stati iscritti a scuola, il parroco sta cercando di inserirli nelle attività dell’oratorio, calcio, danza. “Ma quello che vogliono è tornare in Ucraina”.

Rarissimi sono i contatti di Silvana con i due figli, si mandano messaggi di pochi secondi, è grande il timore di ritorsioni, perfino ai danni dei famigliari che si trovano in Italia.

Come finirà questa guerra? “Io spero che alla fine l’Ucraina torni ad essere quella di prima, nella sua interezza. Credo che adesso l’abbiano capito anche i filorussi del Donbass”.

Giuliana Biagi

© Riproduzione riservata
Caricamento prossimi articoli in corso...